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Pubblicato il 17/11/2022

LANCIO A EL ALAMEIN : IL RACCONTO DI DUE GIORNI E UN’ALBA DI PREPARAZIONE A TERRA

di Fabio Santoni
LXXX EL ALAMEIN

Arrivo al Cairo e trovo un gruppo di baschi amaranto, sognatori come me, che provengono da ogni parte dello stivale, pronti a rendere il sogno realtà.
Sveglia all’alba, primo giorno di ricondizionamento, conosciamo i nostri istruttori Egiziani, ci fanno subito capire che aria tira da queste parti.
Cinque giri di campo e via tra capovolte, exit position, landing position, salti di qua e flessioni di la.
La dura giornata si chiude a tardo pomeriggio.
Cotto , me ne vado a dormire prima delle ventuno, pensieroso per domani. Si va alla torre per le prove di uscita.


Siamo arrivati alla torre, una struttura in ferro alta dodici metri.
Il pensiero torna velocemente al 1991.
Ricordo tutto nitidamente perfino il numero di salti fatti da quella maledetta torre.
Quindici, in un inverno freddo e nevoso.
Uno alla volta affrontiamo il salto nel vuoto, per me è come essere alla giostra del luna park.
Bella sensazione che non provavo dall’ultimo salto fatto due anni fa.
Terzo giorno, oggi ci sono le prove finali per l’ammissione al lancio.
Sono tranquillo, mi sono preparato per mesi in palestra e non saranno certo questi 40 addominali o 25 flessioni a precludermi il salto.
La prova dalla rampa ha in serbo per me una sorpresa. Mi sono storto la caviglia e ho un forte dolore al tallone. Ma, cazzo, non sono quì per mollare!


Arriviamo in aereoporto e la spensieratezza scompare presto dai nostri visi, vedo intorno a me volti tirati e concentrati.
Siamo quì per una missione e sono sicuro che questo gruppo la porterà a termine!
Ci consegnano il nostro salva vita, il paracadute T10. Lo estraggo dalla sacca e mi appresto ad indossarlo.
La mia mente mi porta un ricordo lontano, quando mio nonno Mariano, ogni volta che tornavo in licenza dalla naja, mi allungava 50 mila lire e al mio assillante raccontare delle giornate alla SMIPAR se ne usciva sempre con questa frase: “Voi paracadutisti siete tutti matti! Affidate la vostra vita ad un lenzuolo.”
Speriamo che il mio oggi si apra!


Ci fanno stare in piedi sotto al sole, ci controllano in continuazione, con il peso dei paracaduti e con questa specie di turbante in testa… Il tempo non passa mai.
Finalmente in fila ci avviciniamo allo C130 che ci darà un passaggio per il deserto.
Entriamo dalla pancia e come per magia torna quell’odore di cherosene che mi arriva dritto in faccia e mi invade le narici.
Sto sognando ad occhi aperti, l’aereo è spento!
Strane cose ci regala il cervello… Ricordi dei salti fatti ormai più di 30 anni fà.
Ci sediamo e possiamo goderci lo scomodo passaggio.
Più di un ora di viaggio ci separa da Quota 105. ( 95 minuti di volo, ndr)


I jump master cominciano ad armeggiare con il materiale all’interno dell’aereo, le chiamate di controllo si susseguono.
20 minuti, 10 minuti, 6 minuti. la tensione sale di pari passo.
Le porte laterali vengono aperte, il vento fresco ci avvolge.
Sono in fila e aspetto che il segnale ci dia finalmente il via per il salto: sono il 14° di 18.
Il campanello suona e in pochi secondi mi ritrovo all’esterno, il rumore dell’aereo si allontana.
Alzo gli occhi, la mia medusa verde si è aperta correttamente.
Mi guardo attorno un paesaggio lunare a perdita d’occhio mi avvolge.
Alla mia sinistra la figura che mille volte ho visto in foto, due colline inconfondibili. L’Himeamat domina la distesa sabbiosa.
La discesa è lenta e silenziosa, atterro , capovolta.
Tocco con mano le sabbie sacre, quelle stesse che nel 1942 furono protagoniste di epiche lotte.
Quì la Folgore si immolò per un ideale!
Quì il nemico non passò!
Si, ora posso finalmente dirlo.
Oggi 20 ottobre 2022 alle ore 10.30 ho chiuso il cerchio con il destino.


La fumata grigia mi indica la via, recupero il mio paracadute e mi metto in marcia, saranno almeno due chilometri.
Una jeep mi offre un passaggio.
No grazie! Anche se zoppico a causa di un dolore lancinante ad un tallone e ho una caviglia gonfia causata dai tanti, troppi salti dalla rampa, voglio fare fino in fondo il mio dovere di soldato, sono quì per onorare i miei Camerata.
Non sarà certo una caviglia a impedirmi di farlo.
Mi avvicino al punto di raccolta, non posso non commuovermi al pensiero che proprio in queste sabbie che sto calpestando, ottanta anni fa, si combatteva e si moriva da entrambe le parti.
Arrivo dopo oltre un ora di cammino, stanco, assetato, ma straripante di gioia.
Inquadrati riceviamo le ambite Ali Egiziane, un urlo Folgore sugella la nostra piccola impresa.
Ottanta anni dopo abbiamo effettuato il lancio che fu precluso ai Folgorini nel 1942.


Questa mattina siamo al museo che domina il paesaggio di El Alamein, all’esterno nel parco sono posizionate le bocche da fuoco che martellarono i nostri.
Mi avvicino ad un piccolo carro, la targa riporta M13, adesso capisco perchè lo chiamavano scatola di sardine, nulla poteva contro i carri alleati.
La mia attenzione è attratta da due pachidermi bianchi, l’ M3 Grant e vicino l’ M4 Sherman, entrambi segnati dai colpi subiti, sullo Sherman ne ho contati otto, che hanno solo scalfito la superficie.
Penso a come deve essere stato frustrante colpire il bersaglio ripetutamente e vederlo comunque avanzare verso di te.
Posso solo provare ad immaginare il coraggio dei miei Fratelli, avvicinarsi e saltare sopra a questi enormi bestioni di acciaio, pesantemente armati. Ci vogliono le palle.
Riuscire ad arrestare la loro avanzata con il solo utilizzo di molotov e mine. Quale immenso sacrificio hanno affrontato!

Visitiamo il sacrario degli alleati, entro mi metto sull’ attenti e recito una preghiera.
Le lapidi si susseguono allineate a perdita d’occhio, dentro di me provo un forte senso di frustrazione.
Sono venuto in Africa per onorare i miei Fratelli Folgore e qui, in queste lapidi, molti sono stati uccisi proprio da loro.
Che brutta cosa la Guerra…


Al sacrario Italiano il tricolore sventola fiero sopra la struttura dove riposano i miei Fratelli, gli Eroi, i Ragazzi della Folgore.
Una targa all’entrata attrae la mia attenzione.

“Fra sabbie non più deserte sono quì di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore.
Fior fiore di un popolo e un esercito in armi.
Caduti per un idea, senza rimpianti, onorati dal ricordo dello stesso nemico, essi additano agli Italiani nella buona e nell’avversa fortuna il cammino dell’onore e della gloria.
Viandante arrestati e riverisci.
Dio degli eserciti accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell’angolo del cielo che riserbi ai martiri e agli eroi.”

Ogni passo che faccio per raggiungere il sacrario si fa sempre più pesante, il mio cuore sempre più triste.
Entro e rendo omaggio con una preghiera, un rapido sguardo alle migliaia di nomi scritti sul marmo bianco, la migliore gioventù mandata quaggiù a morire.
Ci inquadriamo, quaranta paracadutisti venuti da tutta l’italia rendono omaggio al sacrificio dei leoni della Folgore.


PREGHIERA DEL PARACADUTISTA
Eterno immenso iddio, che creasti gli infiti spazi e ne misurasti le misteriose profondità, guarda benigno a noi Paracadutisti d’Italia, che nell’adempimento del dovere, balzando dai nostri apparecchi, ci lanciamo nella vastita dei cieli.
Manda l’Arcangelo San Michele a nostro custode: giuda e proteggi l’ardimentoso volo.
Come nebbia al sole davanti a noi siano dissipati i nostri nemici.
Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede e indomito il coraggio.
La nostra giovane vita è tua o Signore!
Se è scritto che cadiamo, sia!
Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e fratelli innumeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire.
Benedici o Signore, la nostra Patria, le famiglie, i nostri cari!
Per loro, nell’alba e nel tramonto, sempre la nostra vita!
E per noi, o Signore, il tuo glorificante sorriso.
Cosi sia.



Il nostro urlo “Folgore” echeggia nella sala ed è come se al nostro grido si sia aggiunto quello dei defunti.
Questo momento lo porterò con me in eterno.


Inquadrati davanti al sacrario, dopo le foto di rito il nostro cerimoniere, Walter ci consegna gli attestati.
“Paracadutista Santoni Fabio.” Quando sento il mio nome mi precipito claudicante, mi irrigidisco sull’attenti, afferro il mio attestato e ritorno soddisfatto al mio posto.
Questo foglio mi rende orgoglioso di quello che sono riuscito a fare, mi ripaga di tutti i sacrifici fatti questa settimana.
Un grande ringraziamento va a Walter Amatobene.
Saltare sulle postazioni dove i Ragazzi della Folgore si sono immolati, rendere omaggio ottanta anni dopo ai leoni… Solo un visionario poteva rendere questo sogno realtà.
Ti sarò eternamente grato.


Guardandomi indietro un giorno, potrò finalmente dire di essere degno di calzare il basco amaranto.

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