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Pubblicato il 16/12/2023

MC CRYSTAL: SE GLI ITALIANI VEDESSERO COME OPERANO LE LORO FORZE SPECIALI NE SAREBBERO ORGOGLIOSI

Nota della Direzione: l’articolo de l’Avvenire è ben fatto ed apprezzabile, ma fa un torto agli altri reparti , come il 185mo RRAO , il 4° Alpini Paracadutisti Ranger, il GOI,i GIS , e il 17mo stormo ADRA, che in Afganistan hanno costituito uno strumento militare di altissimo profilo tecnico ed umano. e hanno condiviso tutte le attività ed i rischi degli altri reparti

sopra gli Arditi Incursori di Marina – GOI


Avvenire 16/12/23

Il generale Usa Stanley McChrystal disse delle nostre forze speciali: «Se l’opinione pubblica italiana vedesse come operano, sarebbe orgogliosa dei suoi uomini ».


Lui ebbe gli incursori a disposizione in Afghanistan, eredi delle tradizioni italiane di guerra non convenzionale, il cui capostuipite fu il IX reparto d’assalto arditi dell’epoca del Piave (1917), prima vera unità speciale dell’Europa occidentale.


Soldati di ieri e di oggi, capaci di conquistare sul campo molte onorificenze. Il generale Vannacci li ha comandati in Afghanistan e in Iraq, guadagnandosi sui campi di battaglia stima e riconoscimenti internazionali. In Afghanistan, fu guerra a 360 gradi, contro un nemico indecifrabile, non inquadrabile nei canoni dell’articolo 4 della III convenzione di Ginevra del 1949.
I taleban erano “insorti”, diversi dai “combattenti legittimi” della Convenzione.
Ricorrevano ad attentati e imboscate.
Fu uno scontro irriducibile, tra chi giocava secondo le regole dello jus in bello e chi usava dinamite nei centri urbani, trasformando donne e uomini in scudi umani.
Per colmare l’asimmetria tecnologica, tutto dipendeva dalla preparazione dei singoli soldati e dalla loro flessibilità.


Fra Herat, nostro hub di comando e le basi più lontane c’erano a volte più di dieci ore di viaggio, con rischi continui d’imboscate.


Senza gli elicotteri da trasporto sarebbe stato un inferno, come avvenuto l’8 settembre 2006, quando 4 incursori del Goi furono feriti in pattuglia nell’area di Farah, colpiti dalle schegge di un ordigno esploso al passaggio del loro mezzo. Fu in quello scenario turbolento che operò la Task Force 45 (dal 2006 al 2016 circa), nell’ambito dell’Operazione Sarissa dell’Isaf, la nostra componente di forze speciali in teatro, la maggiore fra quelle schierate dall’Italia nel dopoguerra. Stimata dagli alleati e comandata anche dal generale Vannacci, la 45 – i cui effettivi, forse 200, non erano conteggiati nel contingente italiano – imbarazzava però i governi, non diversamente dalla missione in Afghanistan.


Negli anni, si interrogarono anche i parlamentari e, nell’atto di sindacato ispettivo n. 3-01916, pubblicato il 12 maggio 2015, il senatore Lorenzo Battista, segretario della 4a commissione permanente per la Difesa, disse, rivolgendosi al Ministro che, pur con le comprensibili ragioni di riservatezza, data la natura dell’impiego, la Task Force 45 imponeva un’ulteriore riflessione, «qualora le operazioni di peacekeeping travalicassero il dettato dell’art. 11 della Costituzione». Battista non era riuscito a ricostruire nel dettaglio la catena di comando dell’unità e disse che dalla prima impressione gli pareva ci fosse una «dicotomia fra la sostanziale irreperibilità dell’unità all’interno delle forze armate italiane, a fronte di un riconoscimento nella Nato, in ragione delle operazioni svolte a stretto contatto con le forze statunitensi e britanniche». Operazioni che coprivano tutto il ventaglio delle azioni speciali: missione dirette, intelligence sul campo, ricognizioni non ordinarie, assistenza militare, controterrorismo e scorta. La catena di comando della 45 è oggi spiegata dal sito Col Moschin.it, non legato al ministero della Difesa, che riporta anche le decorazioni ricevute dagli uomini, appartenenti al 9° reggimento, al Goi, al 17° e al Gis.


Nel 2010, ci fu pure un caduto, il capitano incursore del 9° Alessandro Romani.

Ma se ne sapeva pochissimo. La “censura” imposta dai governi fu dissimile dal modus operandi dei nostri alleati. Il teatro però parlava: dal 18 settembre al 4 ottobre 2006, gli incursori italiani parteciparono a due operazioni: le Wyconda Pincer 1 e 2 (Tenaglie Wyconda), che puntavano a estromettere i taleban dalle aree di Pusht-e-rod e di Bala Buluk.

Ufficialmente non se ne seppe nulla. Trapelò una breve sulla Nbc, che non menzionava gli italiani, e ne parlarono i giornali alleati pubblicati in Afghanistan. Tante le operazioni passate sotto silenzio, come la Wyconda Rib dell’ottobre 2006; citato da Arianna editrice, Peace Reporter scrive che fanterie e commando italiani affiancarono gli americani e gli afghani per riprendere ai taleban il distretto del Gulistan, su cui avevano giurisdizione i nostri comandi di Herat.

Fu una battaglia vittoriosa: le informazioni sul nostro contributo furono «pressoché nulle», ricorda in un rapporto del 2009 il ricercatore del Cemiss Fabrizio Coticchia. Sempre il sito Col Moschin.it recensisce almeno altre 6 operazioni, comprese le battaglie del Gulistan (1°-21 novembre 2007) e di Herat (30 maggio 2011). La guerra investiva in pieno le aree del nostro comando.

L’Italia combatteva, senza dirlo, dando molta enfasi agli aiuti umanitari: « Il Provincial reconstruction team di Herat, un modello, distribuiva infatti cibo, medicine e ricostruiva scuole e ospedali».

Nella nostra guerra c’era un lato presentabile e uno che si preferiva tenere nascosto.

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