Pubblicato il 07/01/2026
RASSEGNA STAMPA: IL BASE JUMPING SPIEGATO DALL’ ISTRUTTORE MAURIZIO DI PALMA
Corriere dell’Alto Adige sezione: Alto Adige data: Mercoledì 7 Gennaio 2026 – pag: 5
«Base jumping, stile di vitaÈ l’eccesso di confidenzaa provocare gli incidenti»
Corriere Alto Adige 07/01/26
L’istruttore Di Palma (6.500 lanci): bisogna procedere per gradi
Francesco Crippa
Uno sport estremo così tanto di nicchia che se ne parla solo se il video di un lancio riuscito diventa virale sui social oppure, più tristemente, con le notizie di cronaca nera. Il 2026, per il base jumping in Trentino, si è aperto con due incidenti mortali nel giro di cinque giorni, gli ultimi di una lunga serie. È proprio per questo che bisogna approcciarsi alla disciplina con maggiore consapevolezza, spiega Maurizio Di Palma, tra i più esperti e completi base jumper al mondo — ha all’attivo 6.500 lanci — e direttore della Brento Base School. «Il base jumping è uno stile di vita, con rischi precisi di cui bisogna essere a conoscenza, ma che con la giusta attenzione possono essere tenuti a bada», spiega. «Diciamo che negli ultimi 10 anni e poco più l’attività è molto cambiata. Oggi, anche grazie ai social, arriva sempre più gente e a volte si tende a bruciare le tappe, a non fare tutti gli step necessari prima di effettuare un lancio di un determinato livello».
L’altra faccia della medaglia della sottovalutazione del rischio è l’eccesso di confidenza.
«Credo che sia la principale causa di incidenti. Bisognerebbe avere il grano salis di capire che serve un percorso, ma spesso si bruciano le tappe un po’ per l’ego e un po’ per la volontà di spingere sempre più in alto l’asticella». Va precisato, in ogni caso, che pensare che chi muore in un lancio di base jumping sia impreparato tanto quanto lo può essere uno che va a giocare a calcetto per la prima volta in vita sua è profondamente sbagliato.
«È un’attività di nicchia a cui si accede diventando esperti in un altro sport, anch’esso di nicchia, cioè il paracadutismo», sottolinea Di Palma.
«Dopo che si sono fatti 200, 300 lanci in paracadute, ti puoi avvicinare al base. Quindi chi lo fa è già un paracadutista esperto o quantomeno intermedio, con almeno un paio d’anni di esperienza alle spalle».
Sebbene non ci sia una federazione nazionale, che per il direttore della Brento Base School sarebbe «utopico» istituire visti i numeri risicatissimi dei praticanti (si parla di circa 80-100 persone in Italia, poco più di tremila nel mondo), esistono diverse associazioni che danno delle linee guida su come praticare il base jumping in sicurezza e rispetto a quando Di Palma ha iniziato, 24 anni fa, c’è molta più competenza. Un corso di base jumping dura nove giorni.
Prima si imparano i rudimenti della posizione del corpo e del controllo della vela o della tuta alare lanciandosi da un ponte, in uno scenario sicuro.
Poi, dopo una ventina o trentina di lanci si può passare ai lanci in caduta libera, sempre tenendo presente che ci sono salti più accessibili e altri per cui serve più tecnica. «Per i primi tre o quattro secondi si è in caduta libera, per circa 80 metri», illustra Di Palma. È un fattore che fa tutta la differenza del mondo e aumenta il rischio.
«Per esempio, se mi lancio dal Becco dell’Aquila, sul Brento, dove sotto di me ho 400 metri di verticale, anche se sbaglio il salto ho comunque margine per recuperare. Se invece mi lancio e sotto di me ho 120 metri di verticale, se sbaglio o qualcosa va storto vado a schiantarmi», come è successo al base jumper viennese che ha perso la vita l’altro ieri. Un altro elemento che rende un salto più difficile di un altro nel base jumping è il contesto in cui si va a volare e atterrare: «Se plano tra i palazzi, devo saper manovrare la vela in spazi ristretti, ben diversi da quando si è in montagna». Insomma, che si usi una vela vecchio stile o una tuta alare, la prima regola è procedere step by step, senza l’ansia di arrivare a fare l’impresa.






