ADDESTRAMENTO

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Pubblicato il 29/10/2019

ALPINISMO IN NEPAL: IL RESOCONTO DELLA SPEDIZIONE DEL PARACADUTISTA MATTEO COLNAGO

PARMA- Rientrato dalla spedizione alpinistica che aveva effettuato in NEPAL, il paracadutista della sezione ANPDI di MOnza, Matteo Colnago, ci ha inviato un articolo he riassume i giorni passati in quota, per raggiungere una cima da 6000 metri:

Il gelo soffoca mente e corpo, annichilisce i sensi, consuma lentamente emozioni e sentimenti; il vento lacera il viso, spegne le energie ed annienta ogni forma di lucidità interiore, il freddo accompagna ogni attimo, penetra nelle ossa, ti senti bruciare in tutto il corpo, i minuti diventano interminabili, le ore infinite, i giorni passano lentamente scanditi da un respiro lento ed affannoso; in alta quota, le possessioni, i narcisismi, ed gli stati dell’anima che colmano il proprio ego vengono derisi ed annullati.Non ci sono finzioni, non è ammesso barare, le maschere si sciolgono e rimani solo tu, il tuo “ESSERE”, la tua volontà e la consapevolezza che affrontare una scalata a quote estreme ti permette di confrontarti lealmente perché in gioco non c’è la vetta ma la vita.

Un esercizio che pratico spesso durante i miei allenamenti è ” la visualizzazione” che mi consente di immaginare e visualizzare nella mia mente scenari e situazioni particolarmente critiche che potrei trovare durante una spedizione alpinistica; mentre spingo il corpo nella soglia anaerobica, l’ossigeno viene destinato ad alimentare i muscoli e la mente si trova in uno stato di alterazione tale da essere privata di lucidità ed è proprio in questo preciso istante che l’allentamento diventa addestramento, disciplina formativa del corpo e della mente, nella quale si è obbligati ad essere lucidi e freddi in una situazione di notevole stress psico-fisico, obbligando il corpo ad avvertire sensazioni ed emozioni che si provano mentre si scala a quote estreme; con questo metodo addestro la mente che cosi si prepara ad essere reattiva mentre ipossia, freddo, gelo, vento, fame e paura cercano di prevaricare. Non ho inventato nulla, ho solamente preso esempio da chi ha, con il suo sangue ed il suo coraggio, tracciato il destino della nostra Nazione: la capacità degli Arditi sul Carso è stata quella d’immaginare la Vittoria prima ancora di conquistarla, visualizzare nel loro immaginario l’esito dell’azione prima che venisse compiuta. Negli occhi di questi Uomini brillava il “genio italico”; noi comuni mortali nulla siamo a loro confronto ma sempre figli di Enea rimaniamo ed una stirpe Sacra va onorata.

La costanza nell’allenamento e la perseveranza mi ha permesso di ritornare nella terra dei fiori, in Nepal, dove sorge la più alta catena montuosa del Mondo: l’Himalaya. L’anno scorso decisi di scalare il Mera Peak (6473m) perché era immerso valle dell’Everest, in un contesto naturalistico senza eguali; la spedizione di quell’anno fu dedicata agli atleti della scherma paralimpica in quanto, come impresa sportiva, è espressione di sacrificio e forza di volontà elementi catalizzatori che contraddistinguono gli atleti disabili.


Quest’anno la vetta da me scelta è stata il CHULU FAR EAST (6059m), situata nella maestosa valle dell’Annapurna, una zona ricca di vette innevate e valli erbose.

Arrivato nella caotica e bizzarra Kathmandu, un volta effettuato il briefing (insieme allo sherpa e altri due ragazzi italiani che mi hanno seguito nella scalata), inizio il mio viaggio in jeep percorrendo circa 160km in due giorni. Dopo di che, per 8 giorni consecutivi ho effettuato il trekking di acclimatamento verso il campo base compiendo 15/20km al giorno con 1500m di dislivello per permettere al corpo di compiere un acclimatamento graduale abituandolo in modo esponenziale alla quota riducendo i rischi che l’ipossia può celare (mal di montagna acuto, edema celebrale e polmonare).

Il campo base è stato allestito su una pietraia immensa a 4800m, dopo un giorno intero di soggiorno ho proseguito verso la zona prestabilita per istallare il campo avanzato (punto d’appoggio per l’assalto finale alla vetta); nei giorni precedenti il meteo non aveva giocato a mio favore, il periodo monsonico ha tardato a finire provocando abbondanti nevicate in alta quota.

Per 5 interminabili giorni siamo rimasti sopra i 5000 mt cercando di aprire la via che ci avrebbe permesso di salire in vetta, il supporto dello sherpa è stato fondamentale per l’installazione delle corde fisse lungo la parete che più volte è stata battuta per tracciarla ma immancabilmente le tracce venivano cancellate durante la notte dalle incessanti perturbazioni.


Partiti alle 4 di mattina dal campo avanzato, dopo 7 ore di scalata è stata presa la decisione di desistere; le condizioni di sicurezza erano al limite, le abbondanti nevicate avevano colmato i pendii rendendoli instabili e pericolosi. L’ultimo tratto prevedeva una vertiginosa ed aerea cresta di neve diventata impraticabile ed altamente instabile. In quel momento, ci si ritrova a confrontarsi non solo con la natura ma soprattutto con se stessi. L’ “ESSERE” viene messo a dura prova dall'”IO”, dall’ego che vorrebbe continuare senza desistere contaminato dalla brama, sollecitato dal fatto che per prepararsi ad una spedizione a quote estreme ci vuole un anno intero di preparazione e la parte emozionale spinge a non voler “buttar via” mesi di sacrifici, in compenso questi mesi hanno fruttato esperienza ed allenato l’istinto che mi ha permesso di raffreddare le tentazioni, dominare gli istinti, rispettare la natura e preservare la mia vita.Tra il 5800 e i 5900m la cordata ha proceduto a ritornare al campo avanzato per poi fare ritorno nella capitale nepalese.


La rinuncia non è mai un fallimento, soprattutto quando ci si trova a 150m di dislivello dalla vetta ma è un atto di consapevolezza virtuoso che ti permette di preservare la propria incolumità, di avere la cognizione non solo visiva del rischio ma soprattutto sensoriale perché l’allenamento è la base di ogni impresa sportiva ma l’istinto è il valore aggiunto che ti permette di finalizzare e concretizzare un obbiettivo e grazie a quest’esperienza ho potuto focalizzarmi per il prossimo progetto che realizzerò la prossima estate.

Quando si è immersi nella neve oltre le ginocchia, mentre si affonda la picozza con movimenti freddi e veloci per non sprecare energie, mentre si procede verso l’immensità del cielo, la mente conta i passi, si ascolta il respiro, ci si guarda dall’alto per ascoltare ogni segnale del proprio corpo, gli attimi sono pervasi da contemplazione ed azione immersi nel frastuono di un sacro silenzio, dove ogni rumore è amplificato dalla vastità degli spazi che ti circondano.

In alta quota sono libero, perché so bene cosa vuol dire non esserlo quando si è prigioniero nel mondo ordinario dei propri vizi, dei propri “beni” materiali. In montagna non ci sono limiti morali, politici o di opportunità; si è lontani dai dogmi bigotti fondati sulla colpa e sul perdono, in quest’armonia c’è solo l’audacia dello sforzo, la sfrontatezza di chi decide di dare il meglio di sé qualsiasi sia l’obbiettivo ed il risultato.

Par. Matteo Colnago