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Pubblicato il 14/04/2015

IL GENERALE GIOVANNI GIOSTRA SULLA OPERAZIONE HERRING

PARMA- A meno di due settimane dalle solenni celebrazioni del settantesimo della Operazione Herring, cui l’ANPDI parteciperà a poggio Rusco il 16-17-18 Aprile, abbiamo chiesto al Generale artigliere paracadutista Giovanni Giostra di riassumerci i lineamenti della Operazone che vide coinvolte la Centurie Nembo e Folgore con un lancio sulla pianura padana.- Nel ringraziarlo per avere aderito, pubblichiamo il suo scritto:

OPERAZIONE “ HERRING “
70° ANNIVERSARIO
L’operazione Herring (aringa) fu l’ultimo aviosbarco della 2^ guerra mondiale nel teatro europeo, nel corso della lotta per la libertà.
Ne furono protagonisti 226 paracadutisti d’Italia delle “Centurie” Folgore e Nembo
che nella notte del 20 aprile 1945 si lanciarono sulla pianura padana occupata dai tedeschi investendo il territorio delle province di Bologna, Ferrara, Mantova e Modena. Lo scopo della missione, coordinata con l’offensiva sulla linea Gotica, era quello
di ostacolare la ritirata del nemico verso nord e concorrere a impedire l’allestimento di nuove linee difensive.
Si trattò di un aviosbarco di incursione, fondato soprattutto sulla sorpresa; realizzato con pochi velivoli da trasporto; privo di qualsiasi sostegno di fuoco aereo.
I nostri paracadutisti si avvalsero delle tecniche proprie della guerra non convenzionale: colpi di mano, imboscate, sabotaggi, cecchinaggio.
Si doveva operare soltanto in ambiente notturno, per pattuglie o gruppi autonomi, mantenendo di giorno condotta evasiva. L’azione si sarebbe conclusa con il congiungimento con le forze amiche avanzanti e con il rientro alla base di Fiesole per l’eventuale reimpiego che non fu poi necessario.
La Herring si inquadra nel contesto strategico che vedeva la guerra in Europa volgere ormai a una rapida conclusione. Infatti, il 10 aprile, data di inizio dell’offensiva sulla Gotica, le forze alleate occidentali avevano raggiunto il fiume Elba, a un centinaio di km da Berlino, mentre l’armata rossa manovrava a tenaglia a nord e a sud della città. Inoltre, erano già in corso da oltre un mese trattative per la resa dei tedeschi in Italia. Vi erano coinvolti i servizi segreti alleati e svizzeri, alcuni intermediari italiani, e, per i tedeschi, il comandante delle SS in Italia, generale Wolf, all’insaputa della Repubblica Sociale. Le trattative si conclusero poi a Caserta il 29 aprile, presso il comando del maresciallo Alexander, mentre la fine delle ostilità in Italia entrò in vigore il 2 maggio. L’operazione fu ideata presso il comando della VIII Armata Britannica durante la stasi invernale, mentre si elaboravano i piani per la ripresa dell’offensiva in primavera. Si intendeva così dare ali e profondità alla manovra. Il progetto iniziale, formulato in febbraio, prevedeva il lancio di un migliaio di paracadutisti, destinati ad agire per gruppi di tre o quattro elementi, in cooperazione con le forze locali della resistenza. I paracadutisti italiani apparivano i più idonei allo scopo, sia perché “giocavano in casa”, sia perché i paracadutisti alleati si preparavano alla operazione Varsity che prevedeva , per il 24 marzo , il lancio di un Corpo d’Armata per il forzamento del basso Reno e l’invasione della Ruhr.
Il progetto inglese passò al vaglio del Comando del 15° Gruppo di Armate, trattandosi di una operazione strategica, perché:
– coinvolgeva Forze Armate diverse (Esercito, Aeronautica) di vari Paesi (Stati Uniti per gli aerei; Gran Bretagna per i paracadute, l’armamento, l’equipaggiamento e l’addestramento; Italia per il personale);
– era destinata a interessare la fronte delle Armate sia V^ statunitense sia VIII^ britannica.
Le decisioni finali stabilirono:
– l’impiego di 2 “centurie” di paracadutisti(molti meno di quanti previsti all’inizio), tutti volontari, tratti dal Gruppo di Combattimento Folgore e dallo Squadrone Folgore del capitano Gay;
– l’aviolancio con velivoli C 47;
– l’addestramento al lancio con paracadute britannico presso la base aerea di Gioia del Colle;
– un breve corso sulle tecniche di sabotaggio e sulle demolizioni nella zona di Siena ove operava un apposito centro;
– nessun preventivo coordinamento con le forze della resistenza.
Nello Squadrone prevalse l’assunto “o tutti o nessuno”. Gli alleati accettarono la partecipazione totale del reparto.
Nell’ambito del Gruppo di Combattimento, allo scopo di evitare la disarticolazione della compagine in un momento delicato, fu deciso di estrarre un plotone da ciascuno dei tre battaglioni del Nembo e il 4° plotone dalle compagnie autonome.
Non emersero problemi né a Gioia del Colle, né a Siena nella fase addestrativa. L’orientamento ad agire per nuclei di tre o quattro paracadutisti fu nettamente contrastato dallo Squadrone, soprattutto per iniziativa del vice comandante, capitano Bonciani , già comandante di una compagnia del X Reggimento Arditi, unità simbolo delle nostre forze speciali. Il comando dello Squadrone sosteneva che la consistenza dei nuclei era così esigua da precludere sia il conseguimento di obiettivi di rilievo sia la stessa sopravvivenza del personale.
Bonciani si ispirava di certo alle pattuglie del X Arditi costituite da 10 uomini. La “protesta” fu presentata da Gay e Bonciani al Comando del Gruppo di Armate che, dopo accesa discussione , accettò la proposta di elevare a una decina il numero dei componenti di ciascuna pattuglia.
La rinuncia al preventivo coinvolgimento del Corpo Volontari della Libertà era motivata dal conseguimento della sorpresa, dalla brevissima durata prevista per
l’azione ( 2 archi notturni) e dai margini di dubbio circa la coincidenza delle zone di lancio programmate con quelle poi effettivamente utilizzate.
Nell’imminenza dell’azione, le Centurie ricevettero le visite del Capo di Stato Maggiore del Gruppo di Armate e del Vice Comandante della VIII Armata, con messaggi dei rispettivi Comandanti. Il Capo di Stato Maggiore del nostro Esercito, generale paracadutista Ercole Ronco, già comandante della Divisione Nembo, inviò un telegramma augurale. Nella fase esecutiva entrò subito in vigore la legge n.1 del paracadutismo, secondo il generale Li Gobbi: quella del caso impossibile. Per i paracadutisti il caso impossibile è quello in cui gli eventi seguono il corso programmato.
Gli aerei, giunti sulla verticale del territorio ostile, incontrarono una reazione contraerei di straordinaria intensità che determinò difficoltà nella individuazione dei punti di rilascio, aumento della velocità e diminuzione della quota di volo.
Ne conseguì:
– il lancio in zone impreviste , distanti fino a 40 km , per i due terzi della forza;
– esposizione per alcuni al fuoco avversario, a paracadute aperto;
– atterraggio per altri in aree già presidiate dal nemico, con perdite immediate;
– dispersione longitudinale del personale, con problemi per il riordinamento, tanto da imporre talvolta quel frazionamento che si era cercato di evitare;
– rinuncia al lancio da parte di un aereo con 2 pattuglie dello Squadrone e con lo stesso maggiore Ramsey , il “capo missione” inglese, per decisione di quest’ultimo.
La decisione di Ramsey fu duramente contestata dai paracadutisti a bordo che non gli risparmiarono minacce e chiesero dopo il rientro, ma senza successo, di ritentare il lancio dovunque fosse. Nell’azione a terra prevalsero lo spirito corpo, la spiccata iniziativa e le qualità psicofisiche e combattive degli uomini. I risultati si espressero in:
– stato di insicurezza diffuso tra i reparti avversari;
– migliaia di prigionieri catturati e consegnati, con firma di ricevuta, agli alleati;
– centinaia di perdite inflitte al personale (morti e feriti);
– decine di automezzi e linee telefoniche neutralizzati;
– ponti salvati o inutilizzati, a seconda dei casi, un deposito munizioni fatto esplodere, località liberate ed altro.
I paracadutisti pagarono un prezzo molto elevato: 31 caduti ( 19 della Centuria Nembo , 12 della Centuria Folgore) e circa altrettanti feriti.
I riconoscimenti in ambito alleato e nazionale furono molteplici ed espressi anche dai livelli più elevati di comando.
Le ricompense al valore furono molto numerose e pregiate. Tra queste , le Medaglie d’Oro al tenente Bagna del Nembo e al paracadutista De Juliis dello Squadrone.
L’operazione Herring costituisce fiore all’occhiello del Paracadutismo Militare Italiano e si inserisce nello straordinario contributo complessivo alla lotta per la
libertà.
E’ tempo che sia finalmente riconosciuto dopo decenni di silenzio, se non di avversione tanto pretestuosa quanto ingiustificata.

Marzo 2015
Giovanni Giostra