EL ALAMEIN

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Pubblicato il 20/10/2007

LE SORTI DELLA DIVISIONE NEMBO

Recensione a cura di Paolo Frediani.
Il libro da cui è tratta, è “FOLGORE” di Nino Arena, reperibile presso il Centro Editoriale Nazionale di Roma


LA DIVISIONE PARACADUTISTI “ NEMBO “
Di Nino Arena

Dopo la costituzione e l’impiego in Africa della prima divisione paracadutisti “ Folgore “, fu decisa dallo Stato Maggiore la formazione della seconda divisione “ Nembo “, il cui comando fu affidato al generale Ercole Ronco.

Mentre la “ Folgore “ era stata composta per la maggior parte da ufficiali effettivi, da sottufficiali e soldati selezionati che si offrirono tutti volontari, la “ Nembo “ fu formata in condizioni diverse di spirito, di clima e ambiente, quando la situazione era già disperata. La “ Nembo “ divenne per ciò un’ardua palestra di morale e di eroismo da cui uscirono però soldati che lottarono e si immolarono valorosamente per la Patria.

Sostenuta anche dall’ opera dei valorosi cappellani paracadutisti Don Lunari (183°), Don Cattadori e Don Renzicchi ( 185° ), Don Picchi (184° ) e degli altrettanto valorosi medici paracadutisti, Vergani, Ferri, Bianchini, Cutinelli, De Nittis.
Mentre in Africa la “ Folgore “ si sacrificava nella speranza di ritardare l’avanzata nemica e di permettere alle divisioni dislocate in Italia di fronteggiare l’imminente invasione, la “ Nembo “ era vittima di una persistente incomprensione sia da parte delle autorità militari, sia da parte di quelle politiche.

Tuttavia, è bene puntualizzare, a tanti anni di distanza, per il suo carattere di attualità, la strana situazione d’ incomprensione e di diffidenza in cui vivevano e vivono tuttora i paracadutisti, impotenti spesso a reagire contro le malcelate false manovre che denigravano il buon nome del soldato italiano.
Bisogna dire che il destino della “ Nembo “ fu segnato in precedenza a causa di tale strana situazione e che poi doveva travolgere tutti, insieme con la rovina della nostra Patria, in una fatale divisione degli animi difficile a superarsi.

Dopo che la “ Nembo “ terminò il suo addestramento, i battaglioni, compiuti i cinque lanci prescritti, alcuni solo tre, dovettero prepararsi per recarsi in zona d’ operazione. La preparazione era stata accurata e gli ordini dello Stato Maggiore di utilizzare subito i paracadutisti come truppa di fanteria, non solo incidevano sul buon rendimento dei reparti, per mancanza di mezzi e materiali, ma non erano neppure ispirati alle reali necessità del momento. In tale occasione il generale Caracciolo chiamò al comando della 5^ armata il comandante della divisione per rimproverarlo della critica da lui fatta agli ordini dello Stato Maggiore. Poiché più volte Caracciolo, ed il generale Chiappi, erano dovuti intervenire con provvedimenti disciplinari a carico dei paracadutisti, nel lungo discorso che egli fece, volle chiaramente far comprendere che lo Stato Maggiore era prevenuto contro i paracadutisti e che quindi era necessario adattarsi alla nuova situazione.

Alla fine del discorso avvertì:” Insegnerò io la disciplina ai paracadutisti, a cominciare dal loro comandante”.
Gli ordini dello Stato Maggiore però furono eseguiti. Di più, la divisione “Nembo” non solo fu impiegata come divisione di fanteria, ma fu anche logorata e spezzettata irrimediabilmente,, contrariamente ad ogni buona norma militare.

La “Nembo” che avrebbe potuto riunire intorno a se, nel momento delle gravi decisioni, i vacillanti e gli indecisi, raccogliendoli sotto alla propria bandiera, fu distrutta lentamente.
Primo a partire dal 185° reggimento comandato dal colonnello Parodi, che distaccò alla frontiera della Venezia Giulia il III e XI battaglione nelle operazioni di rastrellamento contro i partigiani slavi, da marzo a giugno 1943. Poi a fine maggio venne l’ordine di partenza del grosso della divisione per la Sardegna, mentre il 185° rimaneva nella penisola e gli altri battaglioni aggiuntivi a

Viterbo e a Firenze erano destinati a formare una terza divisione, inquadrati per allora nel raggruppamento “Nembo” . E poiché il comandante, generale Ercole Ronco, doveva recarsi in Sardegna, rimaneva a Firenze il vice-comandante della divisione, generale Giorgio Morigi, col comando raggruppamento e un solo battaglione di nuova formazione: il XIX “Ciclone” destinato ad essere impiegato in servizio d’ordine pubblico. Mai nessuna divisione dell’ Esercito rimase così divisa ed impotente, per volontà del comando superiore, all’avvicinarsi del supremo pericolo della nostra Patria.

In realtà l’invio del grosso della “Nembo” in Sardegna fu considerato da tutti come una punizione, un confino, a cui i paracadutisti furono condannati per aver chiesto insistentemente di essere impiegati nella loro specialità, quando ancora era possibile cambiare le sorti della guerra e quando meglio potevano essere definiti i rapporti con gli alleati tedeschi.

Era ancora possibile nell’autunno del 1942 un lancio sull’isola di Malta, per permettere i rifornimenti alle nostre truppe in Africa; era ancora possibile prolungare la resistenza in Tunisia per impedire l’invasione della nostra terra; comunque una volta deciso l’impiego della “Nembo” come truppa di fanteria era opportuno lasciarla nella penisola, pronta ad essere trasportata o lanciata in qualsiasi parte d’Italia.

La scelta della Sardegna invece della Sicilia restò sempre un mistero; giacché se era molto probabile che lo sbarco alleato fosse avvenuto in Sardegna in vece che in Sicilia a causa della sua importanza strategica e per una più rapida condotta della guerra, era anche evidente che l’arresto dei pochi segnalatori rimasti in Sardegna e l’ostilità della popolazione sarda avrebbero alla fine indotto il nemico a scegliere la Sicilia.

I trasporto della divisione in Sardegna avvenne in condizioni quanto mai precarie e drammatiche. La mancanza di naviglio adatto e il pericolo dell’offesa aerea e subacquea nel Tirreno costrinsero ad effettuare un viaggio lungo e difficile. Molti siluri tentarono di affondare le prime navi di paracadutisti giunti a Palau; sicché i convogli successivi dovettero da Livorno e da La Spezia essere trasportati prima in Corsica, e di lì a S. Teresa di Gallura. La divisione partiva solo con due reggimenti di fanteria: il 183° e il 184° oltre a due gruppi del 184° artiglieria, e subito si sistemava a difesa dell’isola svolgendo un lungo periodo di addestramento insieme con la 90^ divisione corazzata tedesca del generale Lungerhausen.

In Sardegna la “Nembo” fu ripartita in vari raggruppamenti sparsi nella zona centro-meridionale dell’isola, tra Villanova Farru, Assemini, Serramannu, Marrubiu, Sanluri.
Il raggruppamento Quadroni, con comando ad Assemini, era composto da gruppi tattici del 184° reggimento: XII battaglione Rizzati, XIV battaglione Corrias, il raggruppamento Invrea, con comando a Marrubiu era composto dal XIII battaglione Del Vita del 184° reggimento e del gruppo squadroni Cadeddu; il raggruppamento di manovra Tantillo, con comando a Sanluri, era composto da un reparto carristi e da altri reparti di mortai, batterie, ciclisti e motociclisti; il gruppo tattico Valletti ( del X battaglione del 183° reggimento) dislocato nella zona di Fertilia.

Il comando della “Nembo” era a Villanova Forru e quello della 90^ divisione tedesca nella zona di Sanluri. Sia alla Nembo che alla 90^ tedesca era stata affidata una funzione di manovra nella difesa dell’isola; mentre le divisioni costiere e le altre divisioni Sabaudia e Bari, avevano funzione difensiva.

I paracadutisti e le forze tedesche si trovarono a svolgere per necessità operative, una intensa attività addestrativa che li portò ad affiatarsi sempre più e a stabilire saldi vincoli di cameratismo.

In complesso le truppe italiane comprendevano circa 120 mila uomini, dipendenti dal XIII Corpo d’Armata nella zona centro-meridionale e dal XXX Corpo d’Armata nella zona settentrionale; le forze tedesche invece comprendevano 20 mila uomini sistemati nella zona Campidano-Oristano-Olbia-Tempio, con oltre 400 mezzi corazzati.
Tale era la situazione in Sardegna, quando improvvisamente avvenne lo sbarco alleato in Sicilia. Fu chiesto ripetutamente di essere in massa nelle retrovie nemiche: solo il 185° reggimento, reduce dalla frontiera della Venezia Giulia, fu trasportato in Sicilia alla fine di luglio, troppo tardi per poter essere impegnato nei combattimenti decisivi per la difesa dell’isola.

Dislocati dalla Gallura a Cagliari nelle zone più malsane, nelle marce notturne e nelle manovre di addestramento, i paracadutisti erano vittime di un nemico insidioso: la malaria. Morirono così senza combattere un terzo degli effettivi decimati dalla terzana e dalla perniciosa, dopo appena qualche mese dall’arrivo in Sardegna.
Mentre il destino della Patria si decideva nelle sfere dell’Alto Comando, i paracadutisti si limitavano solo a segnalare i movimenti di alcune navi nemiche, in srvizio di ricognizione alle coste, oppure si lanciavano alla ricerca e all’inseguimento di qualche “commandos” rifugiato in casa di segnalatori.
La guerra praticamente per i paracadutisti era già finita.