EL ALAMEIN

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Pubblicato il 09/09/2019

MUSSOLINI SCRIVE A BALBO:”VOGLIO CHE CONTINUI L’ESPERIENZA DI FORMAZIONE DI UN REPARTO PARACADUTISTI”


Autore: Bruno Gatta

I fanti dell’aria



BALBO s’inventò nel 35 le squadriglie della morte, che avrebbero dovuto affondare nel Mediterraneo la Home Fleet, se questa fosse calata nel mare nostro a far guerra all’Italia. Nel ’39-’40 altra invenzione dell’avventuroso e immaginoso Maresciallo, i fanti dell’aria, che avrebbero dovuto essere l’asso nella manica, dal cielo, per conquistare l’Egitto. Se la morte non avesse tolto Balbo dalla scena della vita e della guerra, quel tramonto di fine giugno a Tobruk, certo le vicende del Nord Africa avrebbero avuto un corso bellico diverso. Lo disse Mussolini ai federali dell’Emilia, approvando la loro proposta di intitolare all’intrepido Quadrunviro l’università di Ferrara. Anche mussoliniana è la conferma del progetto dei bombardieri‑suicidi contro le navi inglesi. Disse il Duce fascista, in quel suo discorso del Lirico ‑16 dicembre ’44 ‑ che fu una lunga confessione che ricordava un po’ tutto il passato: <>.

A fine maggio ’40 Mussolini così rispondeva a un telegramma di Balbo, Governatore Generale della Libia e Comandante Superiore di quel fronte, che gli annunziava la creazione di un battaglione paracadutisti nazionali forza di 300 uomini raddoppiando la quota: <>. Trovo il telegramma mussoliniano in un buon libro su “I paracadutisti italiani, volontari, miti e memoria”, scritto dallo storico Marco Di Giovanni, studioso dell’Italia in guerra. Vi è pure citato un telegramma di Balbo al Ministero dell’Aeronautica, del 23 febbraio 1938, che recita testualmente: <>.


La “Scuola” paracadutisti di Balbo fu installata, con pochi mezzi, presso l’aeroporto di Castel Benito, nell’entroterra tripolino. Terminata una fase di sommaria istruzione, iniziarono i lanci individuali e di reparto, conclusisi con un lancio collettivo del battaglione, posto al comando del maggiore del genio Tonini, intorno alla metà del mese di aprile. A quel punto, e nonostante gravi incidenti verificatisi nel corso dell’addestramento, Balbo dispose la costituzione di un secondo battaglione di paracadutisti e l’inquadramento dei reparti in un <>.

II capitolo sui fanti dell’aria, ideati da Balbo, si inserisce militarmente nella storia del paracadutismo italiano: dall’impiego di piccoli gruppi di guastatori lanciati dietro le linee nemiche nella campagna etiopica allo studio‑progetto del comandante Bordini, che proponeva nel 1937 Sbarchi aerei ad ampio rilievo strategico; ma va storicamente collocato in quel piano Balbo‑Pariani che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, cercò di capovolgere la strategia tradizionale del nostro Stato Maggiore. Balbo era un sostenitore del comando interforze; Pariani, sottosegretario alla Guerra (con funzione di Ministro) e capo di Stato Maggiore dell’Esercito, credeva ad una guerra non difensiva, non statica, ma dinamica, di movimento. Per quanto riguardava l’Africa Settentrionale egli pensava di <>, sia per l’importanza politico‑strategica del controllo del canale di Suez, sia perchè considerava l’Egitto <> (dal verbale della riunione dei Capi di Stato Maggiore del 2 dicembre 1937). Dopo un colloquio con il generale, Ciano scriveva nel suo diario del 14 febbraio 1938: <>.


Scrive Giorgio Rochat, nella sua biografia di Balbo (ma vedere anche quelle di Guerri e di Segrè), che sulla stessa linea di dinamico ottimismo si muoveva Balbo. Egli Balbo intendeva mantenere la difensiva in Tripolitania e sferrare invece in Egitto una <>, avendo come obiettivo Alessandria Ecco il riassunto che l’Ufficio storico dell’Esercito (della cui relazione largamente si serve Rochat) fa del piano di Balbo: <>.


Anche se un giudizio preciso su questo piano non è possibile, perchè conosciuto solo in riassunto ‑ e del resto si trattava di un piano di massima, non di un piano operativo sembra a Rochat che la <> offensiva di sette divisioni autocarrate (una massa di circa 70.000 uomini) fosse molto al di sopra della disponibilità di mezzi e più ancora della capacità di organizzazione e manovra dell’esercito italiano, che proprio in quel tempo costituiva le sue prime grandi unità motorizzate. C’è da chiedersi inoltre se la massa prevista per l’offensiva non fosse eccessiva: fino a EI Alamein, le forze mobili contrapposte in Africa settentrionale furono sempre minori, ante se provviste di carri armati. Comunque Pariani accettò l’impostazione del piano di Balbo, aumentando le forze destinate all’invasione dell’Egitto e però diminuendone la mobilità : il piano predisposto dallo Stato Maggiore dell’Esercito prevedeva infatti l’impiego per l’offensiva di 12 divisioni autotrasportabili (e non interamente autoportate come chiedeva Balbo), più altre sei divisioni per la difesa di Tripoli e il trasporto in Libia prima dell’inizio delle operazioni di 180.000 uomini, 10.000 automezzi, 5.000 quadrupedi e 60.000 tonnellate di materiali, più un rifornimento mensile di oltre centomila tonnellate di materiali. Tutto ciò rivelava uno scarso collegamento con la Marina, che non riteneva di poter assicurare i trasporti con la Libia, dopo la dichiarazione di guerra, per la superiorità delle forze navali franco‑britanniche e una preoccupante tendenza ad avallare ed aggravare l’errore di Balbo addensando nel deserto masse di combattenti superiori alle possibilità logistiche ed alle necessità operative.


Ad ogni buon conto, i piani offensivi furono annullati da Badoglio, che nella riunione dei Capi di Stato Maggiore del 26 gennaio 1939, comunicò gli ordini di Mussolini nella situazione politica del momento, in cui pareva possibile un conflitto isolato franco‑italiano: <>.


Badoglio ordinò quindi che gli sforzi fossero concentrati nella preparazione della mobilitazione tempestiva delle divisioni destinate in Libia e nell’approntamento di un sistema di fortificazioni verso la Tunisia Il 2 settembre anche Pariani emanava istruzioni che prevedevano la sola ipotesi difensiva, con una diecina di divisioni in Tripolitania e sei in Cirenaica, ma Balbo continuò ad insistere per l’offensiva, anche perchè le migliori truppe francesi del Nordafrica erano ormai destinale a fronteggiare le armate tedesche sul Reno, e si alleggeriva così sostanzialmente la posizione italiana in Tripolitania: <

L’intenzione di Balbo di .passare appena possibile all’offensiva verso l’Egitto, fu ripetuta in vari documenti dell’autunno, in particolare nel “piano di copertura e di radunata del 25 ottobre”. Il 30 ottobre Pariani, rilanciava il piano di Balbo, stimando la forza necessaria in tredici divisioni, di cui due corazzate e due aviotrasportate (che ancora non esistevano Questo piano fu subito respinto da Badoglio e da Graziani, il quale, succeduto intanto a Pariani come Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, rimise allo studio l’intera questione, concludendo che un’offensiva verso il Nilo e il Canale di Suez non era possibile, a prescindere dalle grosse difficoltà logistiche, perchè avrebbe assorbito una parte troppo grande delle risorse italiane albo non se ne dette per inteso e, in una riunione a Roma a fine novembre con tutti i comandanti interessati, ribadì la <> ed anzi, affermò <>.


La situazione fu risolta con un compromesso, ossia l’autorizzazione di Graziani a Balbo per la preparazione di <>, ossia meno impegnativo. Balbo replicò il 13 gennaio 1940 con questa lettera a Graziani: <

<>.


La lettera è un documento vivo della guerra perduta, e che forse si poteva non perdere, se si fosse avuto più coraggio, più fantasia, ascoltando anche la voce dei sogni di Balbo, che rimasero invece nel cassetto.