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Pubblicato il 18/04/2014

RASSEGNA STAMPA: VIVE A ROVIGO IL PERSONAGGIO RINTRACCIATO DA “LE IENE” PER I FATTI DI SOMALIA

ARTICOLO APPARSO SU “IL GAZZETTINO DI ROVIGO” DEL GIORNO 18 APRILE 2014

Negli anni Novanta in Somalia si era reso responsabile, e in seguito per questo condannato, di violenze su civili. Congedato dalla Folgore era approdato a Rovigo dove faceva anche il buttafuori dopo aver provato senza successo la via della politica in una lista che sostenne Piva al ballottaggio del 2011. Scovato da una troupe de “Le iene” ha negato ogni addebito per i fatti di “Restore hope”

Rovigo – Per qualcuno il “boia di Mogadiscio” per altri solo una vittima lui stesso di una guerra “sporca” mascherata da operazione di pace.
La puntata de “Le iene” in onda ieri sera è ritornata su una delle pagine più buie e tristi dell’esercito italiano: la troupe di Italia1, infatti, ha ripercorso gli anni della missione di pace in Somalia (nome in codice “Restore hope”) scovando proprio a Rovigo, V. E, maresciallo capo, uno dei responsabili di torture e sevizie ai danni di civili.

L’uomo, che da tempo vive in città, dopo aver lasciato per quei fatti di metà anni Novanta la Folgore, reparto d’élite dei paracadutisti di stanza a Livorno e da sempre in prima linea negli scenari di guerra internazionali, era stato trasferito infatti alla caserma di via Silvestri.
Chiusa la parentesi africana e l’esperienza con i caschi blu, aveva provato pure – senza successo, visto l’unica preferenza raccolta – la via della politica candidandosi con la Destra di Storace alle comunali di Rovigo nel 2011: la lista numero 5 in cui risultava il suo nome, aveva appoggiato invece con successo al ballottaggio il futuro sindaco Bruno Piva.

Una persona normale almeno all’apparenza: nulla da eccepire sul lavoro, dove gli ex commilitoni in servizio a Rovigo lo ricordano come persona precisa e puntuale, ma con qualche altro lato quantomeno anomalo, come il doppio lavoro che, a caserma chiusa, lo vedeva impegnato, giacca scura e auricolare all’orecchio, come buttafuori all’esterno di locali notturni della provincia, fatto inusuale per un graduato dell’esercito.

Inseguito in lungo e in largo per il quartiere Commenda dall’inviato Luigi Pelazza, il maresciallo, che per quei fatti è stato condannato a risarcire con 30 milioni delle vecchie lire le vittime, alcune delle quali erano torturate persino con elettrodi, ha negato anzi ogni addebito incluso il fatto di essere lui quello ritratto nelle foto di allora.

Pubblicato da “Panorama”, il servizio aveva fatto immenso scalpore mostrando alcuni militari italiani ritratti sorridenti vicino a civili denudati, a terra e con cavi collegati ai genitali: una pratica, quella di usare la “mano pesante” con prigionieri ma anche semplici sospetti, confermata da altri ex soldati come usuale in tutti gli scenari di peace keeping, incluso l’Iraq.
Francesco Saccardin

NOTA ED OPINIONE DELLA REDAZIONE
NON COMPRENDIAMO IL MOTIVO PER CUI LE IENE STANNO RIAPRENDO UN CASO CHE PENSIAMO E SAPPIAMO QUANTO SIA STATO DOLOROSO PER LA STESSA FOLGORE E PER IL QUALE LE INCHIESTE E I PROCESSI SONO TERMINATI INDIVIDUANDO SOLO UNA O DUE RESPONSABILITA’ INDIVIDUALI. CI DISSOCIAMO DA QUESTE GOLE PROFONDE E DAL SISTEMA ADOTTATO DAL “GIORNALISTA”. NON COMPRENDENDO IL MOTIVO DI QUESTO RIPESCAGGIO SE NON PER LA RICERCA DI PLATEA A TUTTI I COSTI PER VENDERE PIU’ PUBBLICITA’

IL SERVIZIO

LA DICHIARAZIONE DELLA MOVM GIANFRANCO PAGLIA

Le missioni di pace non sono missioni di tortura”. Lo chiarisce con forza il Ten. Col. Gianfranco Paglia già Medaglia d’Oro al Valor Militare e Consigliere del Ministro della Difesa, dopo l’ennesima puntata delle Iene in cui si evidenzia il comportamento dei militari italiani durante le missioni e nello specifico il servizio si riferiva ad episodi di tortura di venti anni fa in Somalia.
” Quel maresciallo – continua il Ten. Col. Paglia- è stato condannato e ha pagato per quel che ha fatto, ma non si può generalizzare con tutti i soldati italiani. Mi piacerebbe, questa sì che sarebbe una bella notizia, che la stessa trasmissione ponesse l’accento sui reali sacrifici che i nostri soldati sono disposti a fare in nome di un giuramento prestato. Sarebbe interessante far vedere come i soldati italiani si approcciano con i popoli che vivono in condizioni estremamente disagiate e peccato che nessun servizio pone l’accento su come, e lo dico con orgoglio, a noi militari non interessa se si cammina sulle proprie gambe o in carrozzina, ma è importante che si cammini con la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere. Il sensazionalismo non é sempre sinonimo di buona informazione.”