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Pubblicato il 01/07/2018

CHECK POINT PASTA: PARLA LA MOVM GIANFRANCO PAGLIA

PARMA- Il 2 Luglio 1993 è cambiata la vita di molti soldati italiani e dei loro congiunti.A Mogadiscio un attacco di fazioni armate somale provocava 3 morti e oltre 30 feriti tra i soldati italiani della mIssione IBIS SOMALIA.
Alla fine, l’intervento italiano in quella parte di Africa costò la vita ad 11 soldati ed un sottetenente CRI.
9 erano paracadutisti. Fu una ferita dolorosa. Ce ne parla la MOVM Gianfranco Paglia, involontario protagonista di quell’assalto :

avrei voluto andare a Mogadiscio per deporre una corona in onore dei Caduti del 2 luglio 1993, ma ancora a distanza di 25 anni non è possibile.”

Il ricordo dei Caduti è stato riunito in una sola giornata del ricordo, anche se in molte città i paracadutisti celebreranno la ricorrenza con una cerimonia. Lei cosa farà ?
Dovevo essere Lunedì 2 Luglio a Lecce insieme alla Famiglia Baccaro, ma le temperature di questi giorni sarebbero state incompatibili con alcuni trattamenti medici che sto facendo. Dovevo essere insieme alla MAVM Giampiero Monti.
Ho quindi dato la mia disponibilità per tutta la giornata a diverse testate giornalistiche televisive quale testimone, per continuare a mantenere vivo e diffondere con il massimo della divulgazione il ricordo dei tre caduti di quel giorno, giovani volontari paracadutisti, uno dei quali , Baccaro, apparteneva alla mia stessa compagnia.

Perchè Lei si è esposto così tanto quel giorno?
Il senso del dovere. Tutto qui, Ho fatto solo il mio dovere insieme a tutti coloro che erano con me. Ricordo, tra i tanti il capitano Riccò, che comandava la 15ma Compagnia Diavoli e che estrasse dal mezzo e portò Baccaro in spalla, il sergente maggiore Bozzetti, che era nel mezzo colpito e si occupò dei feriti, il tenente Carbonetti , il maresciallo Troja ed il sottotenente Bonetti , che si occuparono del fuoco di copertura, e tutti gli splendidi paracadutisti volontari che hanno dato una prova di prontezza ed equilibrio di cui vado fiero.
Ero in Somalia da circa 50 giorni. Accaduti gli scontri ricevetti l’ordine di andare sul posto a sganciare i plotoni sotto il fuoco e soccorrere i feriti- Feci un primo viaggio trasportandoli al check point ferro, poi ritornai immediatamente. Come capo convogio, ero in torretta. Subimmo un assalto con armi leggere ed rpg. Il resto lo sapete. Quando mi ordinarono di partire per la Somalia, io della 15ma compagnia del 186mo Reggimento venni aggregato al 183mo Nembo. Il clima era di ragazzi motivati e tutti contenti di essere lì, me compreso..

I militari di solito analizzano gli eventi per trarne la “lezione imparata”.
Qual’è – se ce n’è stata una- quella della Somalia?

La Somalia è diventata nel tempo una centrale terroristica a cielo aperto e ciò è accaduto perché, secondo il mio parere, le missioni non nascono con una data di scadenza e non si devono interrompere neanche quando si registrano vittime.
Parlo per quello che io stesso ho imparato da questa esperienza: l’orgoglio di avere verificato la capacità dei Paracadutisti e -dopo le ferite e dopo la notizia della carrozzina a vita- la attenzione dell’Esercito che mi ha consentito di riacquistare molte delle capacità garantendomi la piena assistenza sanitaria, e non solo . Poi sono stato riammesso in servizio, primo caso tra le forze armate alleate. Ho potuto realizzare , come militare, ciò che volevo e potevo, missioni comprese. La prima fu nel 1997 in Kosovo. L’anno prima era stato lì per la commemorazione di El Alamein, quando c’era la Folgore. A livelli più alti,le Forze Armate italiane e la Nato hanno tratto spunti di miglioramento. Ogni missione , dopo quella a Mogadiscio, ha registrato un innalzamento della qualità degli uomini e dei risultati.
Il Kosovo ed il Libano, con le differenze dovute ai luoghi e alla geopolitica, rappresentano un ottimo risultato se pensiamo all’obbiettivo raggiunto di mantenere la pace tra le varie componenti della società civile s di quei luoghi.

Lei è un ufficiale in servizio nel ruolo d’onore; è consigliere del Ministro della Difesa e capitano della squadra paralimpica della Difesa. Gira per le scuole superiori italiane come testimone dell’Esercito. Quali messaggi porta ai giovani?

Mi spiace di sembrare ripetitivo, ma in ogni occasione ripeto volentieri che è la parola d’onore, il tener fede al giuramento dato.
Devono sapere che chi indossa una uniforme fa una scelta che dura tutta la vita, mettendola a disposizione del Paese , se necessario.
Le stellette devono essere un motivo di orgoglio non semplicemente una professione.

Cosa dovrei chiederLe che non ho chiesto?
Non ho domande particolari che gradisco più delle altre. L’importante è che il 2 Luglio si ricordino i tre Soldati che sono caduti quel giorno insieme agli altri. Sono 12 i militari che hanno perso la vita dìurante tutta la Missione. Per ognuno di loro ci deve essere un pensiero riconoscente. Da questo punto di vista sono soddisfatto nel notare che anche dopo 25 anni, ci sia un interesse mediatico.



Colgo l’occasione per salutare i lettori di CongedatiFolgore.com che seguono in tanti le nostre attività, comprese quelle sportive della nazionale paralimpica della Difesa, di cui sono capitano. Si tratta di un modo per continuare a servire il Paese anche se con invalidità. Saremo ad Ottobre agli Invictus Game.

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