EL ALAMEIN

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Pubblicato il 23/11/2010

LA RITIRATA di Emilio Camozzi

PARMA- Il Leone Emilio Camozzi, a pochi giorni dal novantesimo compleanno che cade il 4 di Dicembre, ci ha anticipato facendoci Lui un regalo. Anticonformista e talvolta scontroso, ha chiesto di non fare regali a Lui nè di inaugurare una abitudine che non c’è mai stata. Stiamo ristampando il Suo Libro L’INFERNO O GIU’ DI LI che sarà rimesso in vendita entro 10 giorni . Anche stavolta non sappiamo se il vero regalo l’ha fatto Lui a scriverlo.-



R I T I R A T A

Eravamo in fila già da tre ore. La radio del Comando Divisione non dava segni di vita. D’altronde non c’era stato alcun accordo fra i radiotelegrafisti per un’eventuale ripresa dei collegamenti. Il Comandante di Compagnia, capitano Di Lorenzo, era abbotonatissimo, ma penso lo fosse perché non sapeva nemmeno lui che pesci pigliare. Cominciavano a girare le scommesse. Se si andava a sinistra si attaccava, a destra invece ci si ritirava. Erano due giorni che l’artiglieria britannica non si dava da fare. Secondo una nostra ottimistica logica voleva dire che si erano stufati di prendere sberle ed avevano deciso di ritirarsi. Era la maggioranza che la pensava così. Arrivò un motociclista e consegnò un biglietto al Capitano. Dovevamo ritirarci fino alla posizione di agosto. Il messaggio era fin troppo chiaro. Loro stavano vincendo e noi stavamo scappando o, come dicevano i nostri ufficiali per addolcire la pillola, ci stavamo ritirando. Le nostre postazioni erano divenute piccoli cimiteri. I nostri caduti venivano sepolti nella loro buca. Prima per esigenze pratiche, poi per non allontanarli dal reparto. Un cimitero di guerra si era formato nei pressi dell’ospedaletto da campo.
I feriti che non ce la facevano venivano sepolti nel cimitero. Abbandonare questi posti che per noi erano divenuti sacri, ci sembrava ed era un sacrilegio. Tanto più che il “ritiro” avveniva non perché costretti dal nemico, che mai come in quei giorni se ne stava buonino buonino , ma per ragioni strategiche. E i ragazzi marciavano, marciavano, e gli stivaletti da lancio cadevano a pezzi, le camicie servivano da pezze da piedi, l’intercolite regnava incontrastata e formava una dolorosa crosta perché anche la carta era finita, la sete gonfiava la lingua fino a rendere difficile la respirazione. Le mosche, assetate, non si accontentavano delle gocce di sudore, ma preferivano il liquido che usciva dagli occhi e che avrebbe dovuto divenire lagrime. Ma era necessario marciare, marciare, per raggiungere la linea di resistenza dove i nostri guai sarebbero finiti e perché il nemico incombeva, era a pochi passi. Guardavamo con invidia quelli che non potevano quasi più respirare e non avevano il coraggio di bagnarsi le labbra con l’orina, ingoiandone, se necessario, un sorso. Loro erano costretti a darsi prigionieri e fra mezz’ora, avrebbero bevuto. Alla sera del primo giorno i ragazzi che, a costo di morire, avevano cercato, per quanto possibile, di darsi un’aria marziale, cominciarono a barcollare. Non ce la facevano proprio più. Gli inglesi si erano fermati. Linea o non linea, ci fermammo pure noi.

Era un ex accampamento tedesco. Molti indizi ci facevano pensare ad una fuga precipitosa . Infatti c’erano ancora molte tende alzate, della posta scaricata in terra e non distribuita. Molti pacchetti contenenti frutta secca e dolciumi mescolati alla posta furono per noi una manna perché sostituirono il rancio che era assente da due giorni. Le circostanze ci imponevano di considerare i tedeschi da camerati. Avevamo avuto qualche piccolo dubbio quando, nella spartizione dell’ immenso bottino conquistato a Tobruk dove combatterono con valore anche truppe italiane i tedeschi pretesero tutto i materiali rotabili. I più cattivi dissero “ Per scappare meglio”. Voleva essere una battuta senza cattiveria perchè noi all’amicizia ci teniamo, invece finì per essere una verità. Si ritirarono, motorizzati, due giorni prima di noi. E a noi non restò che maledire un’amicizia mal riposta. O era una mossa strategica!?…

Il terzo giorno cominciò alle 24. Il comando si illuse di sfuggire agli inglesi muovendoci di notte. Qui il mugugno è facile e giustificato. Arrivò il solito motociclista. La linea era spostata all’altezza di Fuka .

C’era da domandarsi se era la linea che fuggiva o eravamo noi che la inseguivamo. Fin dai primi passi, ci accorgemmo che non ce l’avremmo fatta. Non sapevamo nemmeno cosa si sarebbe potuto fare. Il capitano ci consigliò di appoggiare la mano sinistra sulla spalla di chi era avanti e dormire. Chi ci aveva preceduto aveva lasciato orme che si supponeva fossero le migliori da seguire per sfuggire alla cattura. Andavano verso ovest, e la decisione ottenne il consenso generale.

Bastava quindi seguirle al che era sufficiente che il primo della fila fosse sveglio. Sotto il profilo politico la situazione volgeva all’anarchia, un’anarchia però all’acqua di rose, poichè il rispetto verso i nostri ufficiali e verso la disciplina militare era sempre lo stesso.

Invidiavamo chi aveva il coraggio di arrendersi e continuavamo a camminare, Comandante in testa, con uno zaino semivuoto a furia di buttar via roba, ma portandoci un mitra pesante ed inutile per mancanza di munizioni ma che almeno ci faceva sembrare soldati e non mendicanti.

Ogni tanto qualcuno cadeva, sveniva o si fermava ma le due file non si rompevano. Serravamo sotto e camminavamo…camminavamo. Ogni tanto da qualche parte si accendeva una scaramuccia. Gli inglesi a piena velocità si avvicinavano con le dannatissime jeeps ,sparavano qualche raffica e poi ,giunti a distanza di tiro, se ne andavano. Lontano sempre i carri armati inglesi controllavano la situazione.
L’artiglieria della Pavia, finite le munizioni, aveva pensato bene di arrendersi.

I nostri quarantasette trentadue, ormai inutilizzabili non solo per mancanza di munizioni, erano trascinati dai ragazzi al limite di ogni resistenza. La mia compagnia, ridotta ad un terzo, si era sistemata sul camioncino della radio.

Tutti in piedi per occupare meno spazio. Il vice comandante di compagnia, che aveva diretto le operazioni, aveva dovuto accontentarsi del predellino.

Il giorno cinque piovve. Il Padreterno, che si era messo una mano sulla coscienza, dopo venti anni di completa siccità, ci elargì con gli interessi,ciò che aveva fino allora risparmiato. Per gente che in cinque mesi aveva preso l’abitudine di succhiare l’angolo di un ex fazzoletto per dissetarsi, quel ben di Dio fece l’effetto di un ottimo spumante. Successe di tutto. Ogni recipiente fu riempito, Qualcuno si spogliò per fare la doccia, qualcun altro si buttò in terra a bocca aperta per non perdere nemmeno una goccia di quell’oro colato. Nessuno della mia compagnia abbandonò il suo posto sulla camionetta nella tema di perderlo. Girammo attorno a una duna alta duna per riprendere la ritirata in direzione ovest e trovammo due soldati tedeschi.

Asserirono di essere carristi e di essere rimasti in panne col loro mezzo per mancanza di benzina. Dichiararono che la nuova linea era poco distante. Loro conoscevano i varchi, le piste sminate e le parole d’ordine ed erano lieti di farci da guida. Consgliavano però di tentare il viaggio di notte per non essere visti dagli inglesi..
Fra due dune c’era un affossamnto. Ci contenne tutti, camionetta compresa.La mattina la fossa era circondata da quattro carri armati inglesi. Troppi anche per una dozzina di paracadutisti italiani. Dei due tedeschi neache l’ombra. Gli ottimisti affermarono che erano andati a cercare rinforzi. Confesso che fu quella l’unica volta nella vita che fui pessimista.

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