OPINIONI

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Pubblicato il 08/05/2019

DOBBIAMO PARLARE DI RAMADAN?

foto sopra: repertorio – protesta dei musulmani al Colosseo contro i pregiudizi verso di loro



di Corrado Corradi
E’ iniziato il Ramadan… io lo so perché vivendo in un paese arabo-islamico non posso non rendermene conto ma so anche che in Italia, paese cristiano, per civetteria e piaggeria nei confronti degli ospiti musulmani è invalsa la moda sia di dissertare su tale precetto della religione islamica (senza saperne nulla) e citare come oche giulive frasi arabeggianti spesso decontestualizzate… finanche giungere a dire la più mendace delle stupidate: il Ramadan è come la nostra Quaresima.

Signori preti: facciamoci un po’ di cazzi nostri… mi riferisco a quelli dediti a realizzare il sincretismo religioso che a spiegarci il senso escatologico delle nostre ricorrenze… manco sapete spiegare per bene qual’è il senso della Quaresima e della Pasqua ed ecco che dissertate di Ramadan e augurate coram populo in chiesa alla comunità musulmana la banalissima frase di rito “Ramadan Qarim” (santo Ramadan) … “ma mi facci il piacere!!”.


Avendo bazzicato il mondo arabo islamico dal 1965 e continuando a viverci ancora adesso ed avendo studiato e approfondito cosa sia l’Islam mi accingo a spiegare cosa sia il Ramadan: Il Ramadan é il mese sacro del calendario lunare islamico in cui viene rispettato il precetto del Saumm, Il digiuno (uno dei 5 pilastri dell’Islam).
Spiegare il Ramadan/digiuno a chi non è musulmano è difficile perché postula un sentito che deriva dalla consapevolezza di appartenere alla “Umma” (comunità dei credenti) e di applicare un precetto della “Sunna” (tradizione islamica).
Il mese sacro del digiuno é stato istituito da Mohammad sia per far sperimentare al fedele cosa prova il povero costretto a digiunare, sia per imporre un periodo dedicato alla purificazione del corpo e dello spirito.
Dall’alba al tramonto durante il Ramadan ci si astiene da cibo, liquidi, sigarette e atti/pensieri impuri (o, per questi ultimi, almeno ci si deve provare).
Essendo un mese sacro di privazioni il Ramadan dovrebbe assomigliare alla Quaresima, tuttavia, quanto a prassi assomiglia di più alla sequela Vigilia, natale, Santo Stefano, ultimo dell’anno, capodanno ed epifania (solo che dura un mese) perché si tratta di un periodo di festa più che di sacrificio; infatti ogni sera la famiglia si riunisce intorno ad una tavola riccamente imbandita per rompere il digiuno con un primo frugale pasto, subito dopo si reca in moschea per la preghiera e poi passa al pasto più copioso; in seguito, per digerire, va a passeggio e indugia con amici e conoscenti, per poi coricarsi e svegliarsi prima dell’alba e consumare una copiosa colazione per poi riposarsi un’oretta prima di iniziare la nuova giornata di lavoro e digiuno.
L’impressione (suffragata dall’oggettività dei fatti) è che durante quel mese in realtà si mangia più del dovuto sottraendo tempo al sonno.
Infatti in quel periodo, in Marocco, sono numerosi i programmi radio/televisivi in cui medici e dietologi spiegano che é bene non ingurgitare cibi troppo calorici e bevande gassate in un festino destinato a durare un mese.


Il Ramadan non va confuso con la nostra Quaresima la quale ha una ricaduta escatologica profondamente diversa: il primo sottopone alle privazioni del povero, laddove la seconda prepara a un incontro (quello con Gesù risorto).
Il cristiano è convinto che: “non di solo pane vive l’uomo”, ed è in forza di questo precetto che la Quaresima è profondamente diversa dal Ramadan.
Effettivamente il digiuno islamico è formalmente più “nerboruto” del nostro e sulla base di cio’ molti musulmani si convincono di essere più virtuosi di noi; ma attenzione pero’, lo dico spesso ai miei amici musulmani: il digiuno più gradito a Dio non è il digiuno dal cibo bensi’ quello dal peccato; il digiuno rigoroso ma solo fisico non serve a nulla senza un impegno a digiunare dalla concupiscenza.
Nel merito, è utile evidenziare un ragionamento che é invertito rispetto alla prassi del diritto vigente nel mondo cristiano, ossia: durante il Ramadan, la donna è responsabile diretta di eventuali pensieri concupiscenti che dovessero insorgere nell’uomo vedendola, per cui in quel periodo di astensione, essa deve assumere atteggiamenti che non siano suscettibili di risvegliare nell’uomo impulsi concupiscenti altrimenti la parte più consistente della colpa ricadrebbe su di lei, rea di aver suscitato il desiderio nell’uomo in un periodo di astinenza.


In ossequio al parlar chiaro, a fronte di nostri confratelli musulmani che esaltano la maggior incisività sacrificale del Ramadan rispetto alla Quaresima, è bene ribadire che il minor rigore del digiuno della Quaresima rispetto a quello del Ramadan non è indice di minor disposizione al sacrificio del cristiano rispetto al musulmano ed è opportuno controbattere che se da un lato, noi cristiani tendiamo ormai a disertare la quaresima, dall’altro, i musulmani hanno impresso al Ramadan una china ipocrita dove se è vero che non si beve/mangia/fuma dall’alba al tramonto, è altrettanto vero che dal tramonto all’alba ci si sfonda di cibo/bevande/sigarette.
Le considerazioni appena espresse sul Ramadan sono strumentali a chiarire un precetto il cui significato potrebbe anche essere frainteso stante una oggettiva «degenerazione» degli intenti spirituali per i quali il profeta Mohammad lo aveva pensato.
Lo sottolineo: le mie considerazioni sono scevre da ogni critica valoriale ed essendo non solo un precetto religioso ma una prassi entrata nella tradizione di un popolo, esprimo il più profondo rispetto.
Anzi, mi piace evidenziare una sfumatura suggeritami da un amico musulmano osservante (ma non mente-capto) il quale, alla mia osservazione secondo cui non bere acqua d’estate a 40° all’ombra fa male al corpo «e questo non puo’ essere gradito a Allah», lui mi ha risposto : «se fai il Ramadan in buona fede, Allah fortifica il tuo corpo affinché quell’astinenza che puo’ sembrarti scriteriata, non gli rechi danno».
E questa, secondo me, é una pura ed ammirevole professione di fede in Dio.

Tuttavia, se da una parte non abbiamo il diritto di criticare quel precetto religioso, anzi siamo tenuti a rispettarlo, dall’altra rendiamoci conto che appartiene a spiritualità, cultura e tradizione altra che non appartiene alla nostra logica, quindi é bene evitare banali atteggiamenti «orientalisti» scopiazzati dalle «lettres persanes» ed evitare anche l’insulsa piaggeria.