EL ALAMEIN

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Pubblicato il 09/03/2008

I RACCONTI INEDITI DI TANO PINNA, ARTIGLIERE PARACADUTISTA , LEONE DELLA FOLGORE DI EL ALAMEIN

PARMA- Maurizio Pinna sta lavorando da molto tempo al corposo archivio del Padre, Tano Pinna, indimenticabile artigliere di El Alamein,scomparso il 24 Dicembre 2005, grazie al quale molta storia della Folgore e della Battaglia è giunta sino a noi.

Questa rubrica ha iniziato a pubblicarli da 2 anni.

Sono tutti pezzi di storia vissuta, con fotografie inedite e originali, che arricchiscono il nostro sito e forniscono ai lettori una documentazione di altissimo profilo storico e umano.

Grazie Tano! Grazie Maurizio!

Qui di seguito un gruppo di racconti riorganizzati cronologicamente corredati, come sempre, di didascalie e foto originali. ( cliccando sui link, potrete leggerli)

Questa parte dei diari comincia dal corso di Paracadutismo e addestramento militare di Tarquinia e termina col rientro in Patria, dopo una lunga prigionia:

LE ATTIVITA’ A TARQUINIA
IL VOLO DI AMBIENTAMENTO

LA TORRE

 

EL ALAMEIN

L’ATTACCO

LA BATTAGLIA IL 25 E 26 OTTOBRE 1942

IL 27 E 28 OTTOBRE

DAL 29 ALL’1 NOVEMBRE

LA PRIGIONIA DEI NON COOPERATORI
Il POW 305 era un campo di prigionia inglese, in Egitto, dove sono stati internati molti Paracadutisti, dopo la Battaglia di El Alamein e la disperata resistenza lungo la ritirata. Il trattamento era ai limiti dell’umanità, e gli inglesi erano particolarmente severi con i “non cooperatori”, a cui venivano riservati trattamenti più oppressivi.

IL PRIMO GIORNO AL CAMPO 305
TRE GIORNI AL 305

LA DIETA

MALEDETTO SETTEMBRE 1943


SANTA EL ALAMEIN

IL IL SERMONE AI REPROBI

BONI ITALIANI


CELLA DI RIGORE


ARIO FIUMI RIENTRA TRA I PRIMI E SCRIVE AI SUOI CAMERATI

1944
IL BASTONE E LA CAROTA


IL BASTONE E LA CAROTA 2


8 AGOSTO 1944 SCAVANDO NELLA SABBIA

organizzazione dei testi e delle immagini a cura di Maurizio Pinna, figlio di “Tano” artigliere di El Alamein, nostro Redattore.

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Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo

PRIGIONIERI NEL DESERTO

IL RACCONTO DELLA MARCIA VERSO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO ATTRAVERSANDO IL CAMPO DI BATTAGLIA DAL 7 ALL’11 NOVEMBRE 1942

Dal 2 al 6 novembre ’42, la Folgore si ritirò dalle posizioni e cominciò l’epico ripiegamento, terminato il pomeriggio del sei novembre con la cattura dell’ultimo gruppo comandato dal col. Camosso. Ben pochi sfuggirono alla cattura, gli inglesi rastrellarono il deserto, radunando i piccoli gruppi dispersi di uomini, fanti, genieri, artiglieri, carristi, paracadutisti.
E’ questa una delle pagine meno conosciute della guerra, specie dei Folgorini.
Una naturale ritrosia nel raccontare il momento immediatamente successivo alla cattura è sempre stata presente in tutti sopravvissuti, fino alla fine. Quasi se ne “vergognavano” perché in quei momenti decadevano tutti legami, da quelli “civili” a quelli tipicamente militari, come la disciplina, la gerarchia, l’organizzazione, rimanevano solo l’istinto di vivere e, solo per alcuni, il proprio orgoglio.
Tutti sono alla ricerca del cibo e dell’acqua, di un posto dove dormire, dove riposare.
E’ il momento più amaro, dove si è vivi ma si rimpiangono i Morti.
Almeno Loro non si debbono vergognare di essere in fila, come armenti, con la fame e la sete, con la divisa che non è più una Divisa, perché il combattimento è finito, ma è solo un qualcosa di strappato e sporco che servirà a coprirsi dal freddo notturno.

E’ il momento in cui si vede l’amico implorare al soldato nemico una sigaretta, un pezzo di pane raffermo, una lattina di acqua sporca.

tano-pinna-giacca

E’ il momento in cui è cessata la tensione del combattimento, non c’è più la Morte che incombe, le granate, le schegge, ma solo gli ordini gutturali ed incomprensibili dati dalle guardie nere con le baionette innestate, la fame che torna prepotente, e la sete, la sete maledetta.

E su tutto il silenzio, un silenzio spettrale, con solo un rumore di fondo, quello del passo strascinato, assorbito e rallentato dalla sabbia.

Anche il sole è spento, ha piovuto, il cielo è grigio, una cappa che si apre e chiude, quasi come se il sole si nascondesse di fronte a tale spettacolo.

Il sole, il sole che ha bruciato la pelle e la sabbia, le rocce e l’acciaio dei pezzi anticarro, che ha arroventato le lamiere dei carri, ormai tombe silenti nel deserto, è ora muto, quasi non si sente più il suo calore.

Non sono uomini quelli che camminano, sono ombre, tra poco saranno numeri di matricola, chiusi dietro ad un filo spinato, e tutti i giorni saranno solo cadenzati dalla conta, dalla fila per il rancio, dalla noia, che spesso travasa nella pazzia.


“Sette novembre

E’ l’alba. Corpi inermi, stanchi, avvolti in teli da tenda, in copertine da campo, con pastrani o con una sgualcita, logora giacca, riposano immobili sulla sabbia.
Il sole ci sveglia, non più il cannone.
Mi guardo attorno.
Non c’è più l lunga colonna di ieri, c’è solo qualche camion. Attorno a noi nessun soldato, siamo ancora soli. Ho l’impressione di non essere più stanco, ma cambio dea quando guardo nei volti dei miei compagni (*). Hanno volti scavati, barbe lunghe, capelli lunghi ed ispidi, di colore incerto.
Quelli del Comando sono …più presentabili, le barbe quasi rase, i capelli fatti, la divisa non logora, hanno zaini e valigie pesanti e ben guardate, una ed anche due borracce piene, scarpe in ottimo stato.

Qualcuno si prepara a farsi la barba. Noi ci guardiamo in faccia.
Me la tocco…sembrerò un fraticello…sporco, disordinato.
Iop:”Pinna noi dovemo cominciar con le forbisi, ma non le go, e ti? – mi dice – e chiede – chi ha le forbici?”. Quelli del Comando ce le prestano, Iop inizia a fare il barbiere, ed ora chiede il pennello, il sapone, la macchinetta con le lamette.

Quelli del Comando ci prestano tutto. Grazie!
Ci sentiamo più leggeri, con la barba è patita anche qualche. ..fettina di pelle, e chi ha la carne in faccia?
Nelle tasche del pastrano ci sono ancora delle caramelle. Stuzzicano la fame e la sete. Con un po’ di circospezione ci allontaniamo dal gruppo. Ci sono parecchi mezzi incendiati, chi lo sa? Forse qualcosa di buono si potrà trovare.

Con Iop dividiamo l’ispezione, il mezzo più vicino è una blinda. A terra ci sono molte taniche, raccogliamo qualche bicchiere d’acqua: buon segno.

Iop si è arrampicato sulla blinda. “Se magna!” grida, ci sono scatole di carne, gonfie, bruciate. Troviamo un barattolo vuoto.
“Un bel brodino?” propone Iop.

Versiamo la carne e l’acqua nel barattolo, cerchiamo e troviamo pezzi di legno, due sassi, accendiamo un focherello. Siamo quasi allegri.

Pronto a tavola, signori! Scodellare…dove? Posate…quali?
Ci prestano un cucchiaio, si mangia a turno.
Mai mangiato un brodo così buono, la carne è eccellente! Iop sei grande!

La pace finisce, arrivano gli inglesi, baionette in canna, rivoltelle in pugno.

Ci radunano, Gli ufficiali vengono invitati a raggiungere i camion fermi.

Ci separiamo non senza emozione, ci abbracciamo. Ci rivedremo?zonder.prigionieri

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(*) Tano è stato catturato, dopo una prima fuga, a Khor el Bayat, 45 km a sud ovest di El Dabà, la località dove il solo 31° Guastatori di Caccia Dominioni riuscì a sfondare le linee inglesi. Quarant’anni più tardi proprio Caccia Dominioni, il Maggiore Sillavengo, scrivendo a Tano, gli conferma la località, coincidendo quello che ambedue vedevano alla stessa ora.
Con Tano ci sono i suoi compagni al pezzo, Mocciola e Iop, il suo tenente, Tabelli, il buon ten. Mendolesi della Cp. Minatori, poi la gente del Comando di El Dabà, il Cap. Cartasegna, il cap. Curti, i ss. ten. Monaco, Serra, Ardizzone.
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Ci dicono di camminare, direzione est. Dove ci porteranno?
Due blinde ci scortano, i soldati inglesi salgono sui loro mezzi. Camminiamo, non si parla.

Il sole è già alto, fa caldo; non poso indossare le scarpe, ho sempre ai piedi una crosta di sangue, le scarpe le metto intorno al collo.

Vorrei buttare il pastrano, ma è utile per la notte.
Qualcuno domanda agli inglesi quanta strada si deve fare. Ci rispondono:”tre chilometri”. Balle!

Non ci portano verso la litoranea, forse ci tengono lontani dalle piste di comunicazione.

Incontriamo altri gruppetti di soldati italiani, sbandati, si accodano.

Anche i nuovi arrivati sono stracci ambulanti come noi.
Si cammina brontolando, lamentandosi: “Quando ci fermeremo, non ne posso più..”

“Mi butto a terra, mi sparassero, almeno finisce tutto..”
“Devo cercar di fuggire, divento matto se penso ala prigionia, se penso al concentramento ..”
“Quarantasette, morto che pala..”
“Crepa!”

Il gruppo si ingrossa con sempre novi arrivi.
Mi sembra che gli inglesi ci portino volutamente dove sanno che ci sono gruppi di sbandati.

Si fa una sosta, i nostri ..accompagnatori mangiano.
Pochi tra noi dispongono di un tozzo di pane o di un po’ di acqua.
Si riprende la marcia: è corta ora l’ombra che ci accompagna.
Stanchezza, fame, sete, cominciano a arsi sentire.
Qualcuno piomba a terra svenuto.

Ci aiutiamo, ma nessuno ha la forza di trascinare i più deboli.
Gli inglesi sulle prime strillano e minacciano puntando le armi, qualche fanatico spara in aria.

La situazione è tragica, molti si accasciano per terra e non intendono alzarsi, sono veramente sfiniti, qualcuno è anche ferito, la massa è una turba stanca, con nel cuore odio per l’inglese: i soldati sono pochi, ma sono armati.

Cosa potrebbe succedere in caso di ribellione? Non ci voglio neanche pensare.

Qualcuno si azzarda a chiedere di poter salire sulle blinde di scorta, per tutta risposta riceve una pedata o una spinta con il calcio del fucile.

Le blinde si tengono molto discoste dalla colonna. I biondi guerrieri londinesi si sentono più sicuri?

Almeno sapessimo quanto abbiamo ancora da camminare.
Nuovi gruppi si accodano. Chi urla, chi bestemmia, chi incita alla ribellione.

Chiediamo di fare soste più lunghe, più ravvicinate, almeno potessimo trovare un mezzo per caricare i feriti e i più deboli …chi non è debole?

Qualcuno va a parlamentare, non dobbiamo cedere. Ritorna e dice che gli inglesi hanno chiesto l’invio di qualche camion per il trasporto egli ammalati. Sarà vero?

Sosta, è sera.

Mocciola e Iop sono spariti, sono solo …tra tanti.. Mi sdraio a terra, frugo i fondi delle tasche del pastrano. Nulla…polvere …sabbia.

Ho fame? Si, qualche crampo, però sempre più debole.
Provo a togliere le calze dai piedi, niente da fare. E se mi entra l’infezione?Sarà destino…è scritto!

I più giacciono a terra, qualcuno gira, forse per trovare qualche conoscente, qualche paesano …o forse cercano da bere, da mettere qualcosa sotto i denti.

La maggioranza tace.

I meridionali sono i più loquaci, si cercano, si aiutano, sono tutti paesani.

Si avvicina un soldato inglese, sta mangiando, in mano ha un pacco di biscotti.

“Mo gliene chiedo uno” dice un piccolo, fante napoletano.

“Perché gli chiedi da mangiare?” “Tengo fame”

Si avvicina all’ inglese e, stendendo la mano come un miserabile, gli dice:” Camerata Tommy dammi un biscotto, tengo fame”.

Mi sono sentito ribollire il sangue. Balzo in piedi, prendo il piccolo napoletano per un braccio, gli do uno strattone e lo spingo indietro, gli appioppo un calcio nel sedere.

L’inglese butta a terra il biscotto, poi lo schiaccia.

Il piccolo napoletano non reagisce, dice qualcosa che non comprendo e se ne và, confondendosi in mezzo alla massa.

Ma come si fa a distanza di ventiquattro ore da una battaglia ad elemosinare un biscotto al nemico? L’azione dell’ inglese avrà insegnato qualcosa?

Non odio il nemico, ma ho rispetto per me, voglio tutelare almeno la mia dignità e, se posso, quella dei miei compagni.

Dove siamo? Gli autieri, più pratici del deserto, fanno dei nomi, secondo loro battiamo la strada fatta nel ripiegamento, ad un certo punto si dovrebbe imboccare una delle piste che portano ad El Alamein, la Pista Rossa o quella dell’Acqua, o, al massimo, una delle due piste che fiancheggiavano le postazioni della Folgore.

Scende la sera, molti sono già n pieno sonno, altri parlano, l’aria si rinfresca, mi sdraio, cerco ristoro nel sono.

Le blinde, con il loro carico di biondicci, si allontanano.
Buona notte Mamma, sono stanco, infinitamente stanco, non so come le mie scarse forze non mi abbiano ancora abbandonato. Ho fame, ho sete, una sete tremenda e di tanti giorni che mi bruciava la gola, oggi non una goccia d’acqua sulle mie labbra arse, nemmeno una goccia.

Vedi mamma, non tutti abbiamo fame, molti hanno aperto lo zaino dove conservano pane, biscotti, formaggio, anche la pasta, ma non possono mangiarsela.

Hanno anche l’acqua loro, si, l’acqua.

Se li conosco? Qualcuno si, e da molto tempo.

Vedi io sono stato in una buca di un caposaldo, al mio fianco avevo le cassette delle munizioni, essi avevano i sacchi di zucchero, io bevevo l’acqua con il coperchio della borraccia, essi bevevano dalla borraccia, a garganella; venivano al caposaldo, scaricavano i viveri, le munizioni, poche, si portavano via i feriti ed i morti.
Correvano nella notte, avevano sempre fretta. Spero di non morire di fame o di sete, c’è un dio anche per gli affamati e gli assetati, mi proteggerà.


Otto novembre

L’alba ci trova soli, affamati, non assetati, perché l’umidità della notte ci è stata amica.

La macchia nera sembra una grande ameba che si agita. Arrivano gli inglesi, sono sempre gli stessi.

“Camminare piano – ci dicono – tutti assieme, tre chilometri e poi tanta acqua e tanto mangiare”

Che cosa possiamo fare? Camminare, camminare come ieri…Quanti siamo? Impossibile dire una cifra, siamo tanti, tanti.

Si va, tiro avanti, come un automa, in silenzio.

Che cosa succede? Quelli che sono in testa alla colonna si mettono a correre, man mano corriamo tutti. Perchè?

In un avvallamento del terreno c’è una specie di grande pozzanghera, sono stati appunto quelli in testa alla colonna a dare l’allarme.
Ci tuffiamo a sorbire, come le bestie, i più igienisti raccolgono l’acqua con le mani, ci si bagna la faccia, si beve, si…mangia. Si deglutisce acqua e sabbia.

Spintoni da tutte le parti, c’è chi cade, chi salta in mezzo alla pozzanghera; chi ha un barattolo, una gavetta, una borraccia cerca di fare il pieno.
La scorta inglese lascia fare.

Pochi minuti ed il terreno ritorna ad essere asciutto.

Si riprende a camminare.

Quella ..abbeverata sarà l’unico pasto della giornata.

Man mano il passo si fa più pesante, lento, affaticato. I miei piedi sono sempre avvolti e “saldati” alle calze, mentre le scarpe dondolano passando da una spalla all’altra.

Il piede affonda nella sabbia, il corpo si trascina in avanti.
Verso mezzogiorno facciamo una sosta.

Loro mangiano: loro inglesi e loro, quelli che di noi hanno da mangiare.

I più guardano in silenzio. In silenzio ci guarda il sole, ora alto in un cielo terso.

Avanti ancora, ancora, fino al tramonto.

Ancora c’è chi mangia, chi guarda ci mangia e pensa a quando potrà mangiare.

Protestare? Con chi?

Non abbiamo più la forza di protestare.

Quanti giorni ancora di marcia?, di sete?, di fame?
La macchia nera si è fermata, un brontolio cupo domina l’immenso, neppure i napoletani cantano, i friulani ed i toscani non bestemmiano. In tutti c’è l’ansia di raggiungere il campo di prigionia. Aveva ragione il napoletano: ci si riposerà.
Scende il sonno negli stanchi corpi che giacciono a terra muti.
Il deserto si fa nero, non più ombre, qui è più nero.
Nella notte qualche voce di dormienti, gli incubi del sonno, dei sogni, del fuoco di ieri.

Nove novembre

Sempre in marcia ..di avvicinamento.
Ogni ora che passa ci si abbrutisce e ci si imbruttisce. Siamo bestie inseguite, spinte in cerca di qualcosa, della vita, forse.
Ma c’è ancora in noi dell’umano?

Molti, divorati dalla dissenteria, sono ridotti a brutti spettri. Si trascinano, barcollano, molti cadono privi di forze. I compagni non li abbandonano: carità che va al di là delle umane possibilità.
Le braccia al collo degli amici, passano queste ombre, uomini aggrappati ad altri uomini, che rappresentano la vita.

Non sono molto migliori le condizioni di questi bravi ragazzi, che hanno visto i loro compagni ad un passo dalla morte e si sono chiesti se lasciarli morire nel deserto o trascinarli in qualche modo per tutto il percorso.

Di ora in ora questi casi aumentano, perciò la marcia si fa sempre più lenta.

Gli inglesi comprendono, non dicono più niente, anzi concedono spesso lunghe soste.

Qualcuno ha visto ed indicato in lontananza un fusto.

Potrebbe contenere benzina. Ma anche acqua.

C’è una corsa generale.

La gran macchia nera, che prima avanzava nel deserto con lentezza, come un enorme elastico che si allunga e si accorcia, ora si snoda, si sfalda, si allarga, si spezza, si accorcia, si restringe, si ammassa…chi urla, chi impreca, chi bestemmia, in toscano, in campano, in veneto, in romano, in siciliano…

In mezzo alla massa urlante c’è un fusto che non si fa aprire, un fusto che certamente contiene un liquido.

Le guardie sorridono beffardamente, loro devono dalle piatte borracce. Agitano le braccia, urlano, parolacce certamente.

Il fusto è stato finalmente aperto: acqua, acqua, acqua!
Tra gli spettri scoppia una zuffa.

Normale, gli spettri sono assetati, sono tanti, tanti si trovano davanti ad un bidone d’acqua. Quanta?

I più robusti sono quelli che hanno sempre bevuto e mangiato. Con poche spallate spingono lontano noi ombre. Alcuni sottufficiali cercano di mettere ordine. Lo sforzo è inutile.

Dal fusto esce l’acqua che si perde.

Intervengono gli inglesi, giustamente. Mettono ordine, facendoci assaggiare i calci dei fucili.

Con modi energici, ma necessari, ci mettono in fila. Tutti arriviamo ad avere qualche goccio d’acqua.

Non una goccia è andata più perduta.

Dove siamo?

Dovrebbe essere El Karita, non abbiamo ancora raggiunta la Pista Rossa.

Qualcuno, più fantasioso e ottimista, dice che, essendo vicini alle piste, probabilmente troveremo i camion ad aspettarci. Intanto camminiamo con una speranza.

Abbiamo passato le piste, siamo circa nella zona dove ci assestammo dopo lo sganciamento del due novembre.

Camminiamo da sette giorni….
Venga la morte, ma finisca questo tormento orribile!
Sabbia, pietrame, ricordi, ora più che mai.

E’ un ritorno ai capisaldi.

Qualcuno chiede:”Siamo sicuri con tutte le mine che ci sono? I paletti sono stati tolti durante il ripiegamento…”. L’allarme agita tutti, frena la marcia, nessuno vuole camminare in testa, si formano gruppi che non vogliono più andare avanti.
La massa, prima quasi sbandata, si riunisce.

Bisogna far presente agli inglesi il pericolo.
Quanti sono diventati i tre chilometri che dovevamo percorrere?
Un sergente inglese urla di andare avanti. Gli si avvicina un sergente maggiore carrista che parla l’inglese. Discutono animatamente qualche minuto.

“Ragazzi – dice il sottufficiale – il sergente inglese dichiara che subito dopo la vecchia linea inglese ci sono ad attenderci i camion che ci porteranno al concentramento di El Alamein. Gli ho fatto presente che ci sono i campi minati, il sergente afferma che il terreno che stiamo percorrendo è stato sminato, che le mine si trovano ammucchiate ai bordi della pista”

“Maggiò – replica uno – e le mine che sono state messe prima del ripiegamento …?”.

“E tu credi alla storia dei camion” un secondo interviene.

“Ero al X° Corpo d’Armata – dice uno del genio – questa zona la conosco bene, davanti al comando del X° c’era una fascia minata larga in media quattrocento, cinquecento metri e lunga oltre un chilometro, i varchi sono stati chiusi dopo il ripiegamento”.

“Ragazzi – replica il serg. maggiore – qui c’è poco da fare, bisogna marciare e non perdere tempo più di quanto è necessario, l’inglese dice che troveremo sulla pista i camion, se ci saranno bene, altrimenti non ci muoveremo”.

Seguono imprecazioni, brontolamenti, affermazioni, negazioni.
Chi può mettere d’accordo una massa affamata e stanca?

Ci fanno camminare verso sud, fino ad incontrare la Palificata, quindi la marcia continua sulla sua direttiva, si cammina però alla sinistra di essa, su quella pista nota come Pista dell’Ariete.
Non sono molti i segni della battaglia dei giorni scorsi; qualche automezzo bruciato, molte schegge.

Si procede molto piano, abbiamo tutti paura di incappare in qualche mina. Per la verità ora in testa ci si sono messi i minatori, il loro occhio esperto dovrebbe scoprire eventuali mine.
Nelle prime ore del pomeriggio si raggiunge il campo minato, che è però segnato da paletti.

Passiamo attraverso un varco, ai lati hanno posto le mine dissotterrate. Sono mine inglesi e tedesche in maggioranza.
Saranno le sedici quando appaiono, lontani, camion fermi.
Saranno per noi? Troppo bello crederci. Gli inglesi ci assicurano: sono i nostri, puntuali.

Sembriamo naufraghi in vista di una nave, la salvezza! Elettrizzati dalla vista dei camion corriamo tutti avanti, all’arrembaggio.
Scattano le blinde, i soldati puntano le armi.

La massa si ferma, il motivo è stato ben compreso da tutti. Ogni forma di ribellione è fuori posto ed illogica.
Vedo un ufficiale inglese, alto, bruno, con due baffoni gonfi, stretta tra i denti ha la pipa, sotto l’ascella sinistra porta un bastone scuro, indossa una camicia stirata, pantaloncini sopra il ginocchio, pulitissimi, stimatissimi. Al suo fianco un caporale.
Dietro, appoggiati ai camion, ci sono soldati di colore.
Il capo gruppo dei nostri “accompagnatori” si presenta all’ufficiale, scatta nel saluto, sembra una marionetta.
Parlano tra loro.

Finalmente il calvario è finito, la gioia in tutti noi si vede negli occhi.
Il caporale che sta al fianco dell’ufficiale è l’interprete, parla abbastanza bene, non ha accenti particolari. Sulla spallina della camicia ha scritti “ISRAEL”, è ebreo.
“Marescialli e sergenti, fuori, vi deve parlare il signor capitano” dice il caporale rivolgendosi alla massa.
Escono dai ranghi tutti i sottufficiali. Parla il capitano. L’interprete non fa a tempo a tempo a tradurre che il sergente maggiore, che già aveva fato da interprete, risponde al capitano.
Replica il capitano, brevemente.
Il sergente maggiore spiega l’ordine dell’ufficiale.
“Sui camion dovranno salire prima i feriti e gli ammalati e poi, ordinatamente, tutti gli altri. Ci sono sedici camion, staremo scomodi, ma dobbiamo salire tutti, i sergenti dovranno mantenere l’ordine. Allora avanti feriti ed ammalati”.
I soldati di colore ci guardano, ma dagli occhi sembrano assenti. Portano cappellacci ampi con una falda rialzata e fermata da una patacca di ottone con la scritta latina “Omnia Labor Vincit”.
Poveretti! Sono i facchini dell’Impero di S.M. britannica!
Abbastanza ordinatamente prendiamo posto sui camion. Siamo stretti come sardine in scatola.
Quanti siamo per camion? Oltre quaranta, tanti ne ho contati ad occhio mentre salivamo. (*)
Dopo quasi un’ora la colonna si muove. E’ quasi sera: Sono appoggiato, schiacciato, sulla fiancata destra. Si procede a velocità molto ridotta.
Entriamo presto in quello che fu il settore della Folgore. La piana, quota 105, raggruppamento Ruspali… lo afferma un autiere del 21° della Trieste, riconosce le postazioni del suo gruppo, era alle nostre spalle.
Il terreno è quello della battaglia.
Sembra una gran fetta di groviera. Schegge di ogni grandezza coprono il terreno, sembra che siano state seminate. Scorgo qualche blinda, cari, camion, immobilizzati, bruciati.
Abbiamo appena raggiunto un caposaldo, era del VII°.
Davanti e dentro al caposaldo ci sono decine e decine di carri e blinde, muti, tragicamente muti, neri per le fiamme distruttrici.
Dio mio! Attraversiamo il mio caposaldo, lo riconosco per la presenza del Messerschmitt che atterrò senza carrello ai bordi del campo minato.

Passiamo sulla pista che divideva la 24^ dalla 22^.

(*) Considerata una media di 42 uomini per camion, e moltiplicato per il numero dei camion, 16, abbiamo la stima di questo gruppo di prigionieri che hanno marciato nel deserto dal 7al 9 novembre, circa 680\700.

Ecco là il carro che tentò di prenderci di fianco: è immobile, come immobili sono tanti altri bestioni che tentarono di sfondare la 22^.
Nell’aria c’è un odore di dolciastro: sono i Morti insepolti:
Là sono Zimei, Giusto, Pellegrini, e tanti altri, i ragazzi della 22^ ed i fanti della Pavia; là nella sua buca riposa in eterno Pirlone.

Ti vedo ancora come quella sera che arrivai al tuo caposaldo, vi vedo, amici.

Riposa in pace Dario, riposate in pace, amici, il Signore abbia pietà di voi, non odiavate alcuno, amavate la Patria più di voi stessi.
Voi, fanti della Pavia, voi che cadeste sotto la furia nemica, voi che cadeste, forse, sotto i colpi del mio pezzo, non odiatemi, non maleditemi, tu fante napoletano che quella sera tremavi, forse sei tra i morti, non maledirmi. Sfiliamo prigionieri proprio dove si è consumata la nostra giovinezza.
Quando ero là, a fianco del mio pezzo, non mi sfiorava l’idea della prigionia.

Aspettavo a piè fermo la morte, era nel conto.

Il destino è stato con tutti crudele, Voi siete caduti, la cavalcata apocalittica di fuoco ha distrutto la vostra giovinezza. Fratelli! Vi ricorderò sempre.

Fisso muto quella muta piana desertica, divenuta una immensa ara sacrificale, in uno scontro ciclopico, giganti di ferro contro cuori umani.

Istintivamente saluto militarmente e non sono il solo, e prego, come un giorno mi insegnò mia madre.
Una lacrima riga il volto scarno, bruciato dal sole, sfatto dalla stanchezza.

Requiem aeternam dona eis Domine et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen.
Nessuno parla, sui volti di tutti si legge la commozione, gli occhi di tutti sono fissi a guardare, per l’ultima volta quel campo di battaglia, anche gli inglesi rendono omaggio ai loro caduti
Scorre lentamente la colonna dei vinti, tra un nuvole di polvere, davanti a quei Morti, vivi per l’eternità.

La colonna procede molto piano, punta ora verso nord, verso Deir Alinda, era il settore del IX° Battaglione. A destra la Depressione di Deir el Munassib.

Là, contro la 11^ gli inglesi si fermarono, la distrussero, ma non passarono. Il capitano Ruspoli è là, con i suoi Ragazzi, per l’eternità.
Là, a quota 77, passai le ultime giornate, di là, nella notte dei Morti, iniziò il ripiegamento.
Passiamo sulla Pista Whisky, si riconoscono le buche dei centri di fuoco…il terreno è butterato.
Lasciamo il settore italiano.
Addio camerati, addio.
Saluto militarmente quelle Ombre, che veglieranno eternamente il settore della Folgore, il più meridionale, il più infernale. Dio conceda a Voi la gloria degli Eroi, dei Martiri.
Siamo in territorio nemico, anche qui ci sono tanti carri distrutti, camion bruciati, cataste di casse di munizioni, cassette di ogni colore e grandezza, sembrano postazioni abbandonate da reparti in ritirata, non da un esercito in avanzata, lo attestano le montagne di granate lucenti, efficienti.
Quanta abbondanza!
E’ sera, la colonna si ferma, i camion si pongono in quadrato, scendiamo, dobbiamo rimanere all’interno del quadrato.
Ancora una notte sotto le stelle, nel deserto.
Per la prima volta vediamo le sentinelle attorno a noi.
I nostri volti sono maschere di sabbia, impastata di sudore.
Gli inglesi versano la benzina nella sabbia, mescolano, accendono il fuoco, sul fuoco mettono dei pentolini, si fanno il tè. I soldati di colore sono da una parte, guardano, come noi.
La notte copre tutti, i bianchi schiavisti, i bianchi prigionieri, i neri schiavi dei bianchi, i neri di sentinella ai bianchi prigionieri.
Circondato dai camion, tra questa massa di abuliche ombre che domani saranno numeri, osservato dalle sentinelle africane, in questo immenso silenzio cimiteriale, sento per la prima volta il peso della prigionia, della solitudine, del vuoto, del tempo immoto, del nulla che farà della giornata una forzata ibernazione del corpo e della mente, senza domani; il tempo sarà segnato solo dal corso del sole, dalle fasi della luna.
Il deserto si è coperto di mucchi di stracci.
Sotto gli stracci gli uomini sono silenti, per la fame, per la sete, per la stanchezza, per lo sconforto.
Scende il sonno a cancellare la fame, la sete, la stanchezza, o sconforto.
Il nero guardiano passa nella notte nera, e guarda.
Buona notte Mamma, il Signore ti aiuti, mi aiuti.

Dieci novembre

Si riparte con il sole già alto. Ci saranno ancora quaranta chilometri o poco più per raggiungere la ferrovia: El Alamein.
Si procede molto piano, il terreno è molto accidentato ma non si evitano sbalzi tremendi sia pere il terreno che per le numerose buche. Il terreno sassoso si alterna a quello sabbioso, dove i camion stentano a procedere e le ruote girano a vuoto. Un polverone enorme segna il passaggio della colonna.
L’aria brucia, e sulla faccia di tutti il cerone di polvere si fa sempre più spesso, è una crosta sulla barba ispida e lunga.
A mezzogiorno facciamo una sosta:loro …mangiano.
Ci accoccoliamo a terra cercando un filo d’ombra vicino ai camion, filo d’ombra che non c’è, è mezzogiorno.
Nell’aria c’è un puzzo dolciastro che non è il solito odore di sudore che ci accompagna da mesi.
Si riprende la marcia in perfetta colonna: pericolo mine! Ci sono mucchi di mine ai bordi della pista.
Appena al di là del costone il camion di testa gira a sinistra, si ferma, di nuovo sosta, si riforma il quadrato.
Un caporale, appena sceso dal camion, inveisce in romanesco contro gli inglesi che ci accompagnano, dice che si fermano per prolungare la nostra sete e fame: “Carogne, figli di puttana, mortaci vostri…”. Si avvicina ad un graduato inglese che gli sta vicino, ma di spalle: L’inglese è alto e ben piazzato, il romano è piccolo e magro.
E’ un attimo, l’energumeno si gira di scatto, toglie il mitra dalla spalla, lo impugna per la canna e, a mo’ di clava, lo abbassa con forza sulle spalle di quel disgraziato che cade a terra.
Corrono altri inglesi, ci puntano le armi, urlano.
Interviene subito il sergente maggiore che fa da interprete, si avvicina al povero romano che è a terra e si lamenta. Si inginocchia, gli solleva la testa, gli parla.
“Voleva semplicemente chiedergli quando arriveremo al campo alla fine di questa corsa” spiega poi ai presenti: Gli inglesi non ci degnano neanche di una risposta.
Ravvolto nel mio pastrano, le scarpe sotto la testa, cerco il sonno.
Non sento più la fame, il fresco ci fa dimenticare la sete.

Undici novembre

Il sole ci sveglia, rimaniamo seduti in silenzio, guardiamo gli inglesi che si lavano, mangiano e prendono il tè.
Fumano, parlano tra loro, ridono, sembrano allegri.
Si parte finalmente. La marcia è lenta, perché andiamo tanto piano?
A destra scorgo un relitto d’aereo: è un groviglio di ferraglia, poi ancora carri, camion, relitti, morti.
Tante croci allineate, è un cimitero inglese?
Vedo piazzole di batterie quasi intatte, con alti cigli di sacchetti di sabbia, piramidi di munizioni abbandonate, centinaia e centinaia di bossoli lucenti, cassoni di macchine interrate.
Da qui partirono le forze corazzate che sfondarono a nord.
Dopo aver passato un piccolo ciglione che si estende da est verso ovest, la colonna si ferma.
Gli inglesi mangiano di nuovo, i neri montano la guardia, non mangiano.
L’interprete ebreo si avvicina, parla con il più vicino di noi:” Prima di sera raggiungeremo il campo di El Alamein” ci dice.
La notizia vola, ci scuote, ci dona la parola, il sorriso…ritorno a sentire la fame e la sete più che mai.
E’ finito veramente il calvario?
Si va, una piccola stazione ferroviaria, una piccola costruzione in muratura, ecco El Alamein.
La presenza di attendamenti, di mezzi che corrono da ogni parte, tutto coi dice che siamo arrivata.
Soldati…multicolori ci guardano, sorridono, ci motteggiano…siamo vinti tra vincitori.

Alt, la colonna si ferma.
Scendiamo, le guardie con modi villani e sbrigativi ci incolonnano e quasi ci spingono dentro ad un campo recintato, che ospita altri disgraziati come noi.
Al cancello ci danno …la vita: ognuno di noi riceve due litri di acqua, una scatola di carne e venti biscotti.
Dobbiamo prima bere o prima mangiare?
Siamo tanti, non c’è possibilità di stare sdraiati, ma le guardie, all’esterno, ci indicano di stare seduti.
Al di là del reticolato tanti occhi ci guardano, c’è che ride, sorride, chi ci guarda con compatimento, chi si ferma a curiosare, chi passa e non si ferma.
E’ sera, cala il sole,spuntano, timide, le stelle, poi brillano più lucenti.


I^ BATTERIA – FUCINA DI EROI
RACCONTO INEDITO DI UN ARTIGLIERE PARACADUTISTA DELLA I^ BTR

Il coraggio del Serg. Magg, Pirlone, poi caduto e MOVM alla memoria, il sacrificio del serg. Pellegrino, caduto per soccorrere un ferito,
la resa degli uomini feriti, comandata dal s.ten Provini,
i pochi superstiti che continuano, nelle buche, la lotta contro la muraglia d’acciaio del nemico.

Tra le centinaia e centinaia di carte, appunti, disegni, ruolini, elenchi che Tano ha raccolto in sessant’anni, è stato ritrovato un appunto risalente ai primissimi anni ’70, scritto da Sabatino De Fabbritis, credo di Pescara, art. parac. della I^ Btr, uno dei pochi superstiti dei due pezzi comandati da Pirlone e Pellegrino. E’ la cronaca finora non conosciuta delle giornate del 24 e 25 ottobre, a Deir El Munassib, con episodi finora non conosciuti ed ora riapparsi.

Ecco il testo integrale della nota, scritta su quattro fogli ormai ingialliti.


“I giovani della Folgore erano disseminati nei caposaldi avanzati; noi eravamo comandati dal tenente Provini del quale, a giudizio di chi ha vissuto quei terrificanti momenti, si può dire che egli diede prova di tenacia e fermezza nei momenti più cruciali della battaglia. Giunse così il giorno della prova; gli Inglesi attaccarono i caposaldi avanzati con le artiglierie. Successivamente ci furono lanci di bombe fumogene, di tale intensità che era impossibile vederci l’uno con l’altro.

Ci fu un tentativo di attacco delle truppe britanniche di penetrare nel caposaldo, ma il tentativo si risolse in un contrattacco massiccio con le nostre armi portatili ed il nemico ripiegò verso le sue posizioni. Le artiglierie ripresero il loro bombardamento costante, preciso e fin dal giorno 24 una pioggia continua di ferro arroventato si riversò nelle nostre postazioni per uccidere i giovani della Folgore. Alle voragini fatte dalle esplosioni nemiche, si univano le artiglierie tedesche, le quali, ininterrottamente, per errore colpivano anche le nostre postazioni.

Tali situazioni mettevano in grave pericolo la vita di molti soldati, ma maggiormente ci sentivamo colpiti nello spirito quando dalle nostre artiglierie si sperava la protezione di una forza maggiore. Era qualcosa di indescrivibile: i proiettili tedeschi, che dovevano essere il nostro aiuto, con perfetta precisione giungevano nelle nostre postazioni.

Ogni segnalazione di allungare il tiro non serviva a nulla, perché nel cielo era tutto un saettare di luce, scoppi e di bagliori. Nessuno dei mezzi di comunicazione era funzionante, anche al comando di caposaldo le comunicazioni telefoniche erano interrotte perché i fili erano stati spazzati via dagli scoppi delle granate nemiche. Il sergente maggiore Pirlone disse che era necessario comunicare con il comando del caposaldo e dopo una breve riflessione, di sua iniziativa, lo vedemmo strisciando scomparire sotto il turbinoso bombardamento delle artiglierie e di alcuni carri armati che si erano schierati sul lato destro della postazione.

Noi soldati cercammo di dissuaderlo perché l’impresa ci sembrava impossibile, il tentativo di raggiungere il comando telefonico ci sembrava quanto mai assurdo, anche perché era impossibile orientarsi nel buio, ma tutto fu invano. Aspettammo il suo ritorno con il respiro sospeso, con gli sguardi protesi attraverso le tenebre, per lungo tempo, sperando che nel buio si delineasse la figura imponente del nostro valoroso Pirlone.

Non aspettammo invano e finalmente ci giunse la sua voce che borbottava con inquietudine qualcosa che non riuscivamo a capire e infatti lo vedemmo venire verso di noi tra i bagliori dei continui scoppi di granate. Portava tra le mani l’apparecchio telefonico e desolato ci disse cha la comando centrale non vi era più alcun uomo vivo.

Noi soldati pensammo che il nostro s.m. doveva essere invulnerabile come Achille, perché era riuscito a sopravvivere nel compimento di quella difficile impresa. Provammo l’ impressione che lui dirigesse in piedi il terrificante rullo della morte.

La staffetta, dopo l’insediamento telefonico, fu incaricata più volte di trasmettere missioni tra i diversi capisaldi: venne incaricato il soldato Chizzali che sfuggì miracolosamente allo scoppio di una granata che sembrava lo avesse distrutto, ma tra il nostro stupor lo vedemmo comparire dopo attimi di angosciosa attesa.
Noi eravamo divisi dal nemico dal campo minato; alla nostra destra il terreno formava un’altura e gli inglesi vi si erano fermati con i carri armati a 150 metri.

Qui la battaglia divenne insidiosa, riflessiva, colpire con precisione, uccidere, sparare ad un uomo con una cannonata, non più colpi alla rinfusa, non più sparatorie senza bersaglio, ma tiri che portavano scritto agli obiettivi morte sicura. I carri armati si erano disposti frontalmente e le nostre armi erano un nulla davanti a quel muro ferroso che ci minacciava con freddezza. Le nostre postazioni diventarono facili bersagli per i carri armati perché ormai eravamo stati individuati dai puntatori dei carri. Diversi morti, tanti i feriti, e tra questi diversi soldati inglesi e due ufficiali che furono vittime del loro piombo. Nel caposaldo del tenente Provini il combattimento assumeva una pericolosa situazione perchè tra i giovani della Folgore vi era stata una grave decimazione.

Il momento fu ancora più pericoloso quando la postazione del s.m. Pirlone, comandata dal sottotenente De Palma, venne attaccata e il pezzo anticarro distrutto. In questo frangente morì il s.m. Pirlone e tutti i serventi al pezzo furono feriti. Anche se quell’arma era innocua di fronte a quella massa ferrosa che continuamente ci minacciava di morte, ci aveva tolto tutto ciò che costituiva il nostro punto di appoggio e di difesa. Si combatté ancora; il s. Pellegrini, di sua iniziativa, si avviò a soccorrere un ferito che chiedeva aiuto. Avrebbe potuto anche farsi sostituire da un soldato non ferito, invece è lui ad andare e sicuro di sé percorse di corsa quella distanza che lo separava dal ferito. Riuscì appena a raggiungere il ferito che venne raggiunto da una raffica di mitragliatrice. Venne colpito e il lamento del ferito si spense assieme al valoroso Pellegrini.

Il caposaldo divenne inerme per i molti feriti e morti, il comandante Provini responsabilmente ordinò la resa e così si espresse al vice comandante, sottotenente De Palma, il quale fu visto insieme a tanti altri affrontare più volte i pericoli della battaglia: “De Palma, tu arrenditi con tutti i feriti che ti possono seguire, io invece resterò qui con i pochi uomini validi sperando di poter tornare indietro e di dare alla Patria il resto di me stesso”


Piero Provini, scomparso nel 1972 a Piacenza, dove era geometra, venne catturato e poi, fedele al suo credo, andò al 305 POW CRIMINAL CAMP, rientrando con Tano con l’ultima gabbia il 21 settembre del 1946. Eccolo in una delle sue ultime foto, al centro, con a sinistra Tano Pinna e con a destra Stefano Bezzo, all’inaugurazione della cappella voluta dalla MOVM Storace a S. Maria di Leuca, nel 1970.
 

40° di El Alamein – 23 ottobre 1972 – Roma – Raduno Nazionale ANPDI
ecco i “Ragazzi del I° Gruppo”
da sin. a destra, in alto : Carlo Massoni, ? , De Fabbritis Sabatino, Jop Dante, ?, Pulini Enrico, Manetti Sando; da sin. a destra in basso: Alberto Carnevale, Tardo Giovanni, Pinna Gaetano, Di Cecca Raffaele, Marchegiani Vincenzo, Fragalà Santi.